martedì 20 gennaio 2009

Un testo gradese dell'Ottocento: "Le Varvuole"

Le Varvuole (leggenda nella parlata veneta di Grado)


E cussì lafè gnanche co le varvuole no bisogna trescah savè? anche ele ze strighe de spirto maligno distinae de 'ndah a vagabondando pe 'l mondo.
Per la più parte de l'ano, sìa de dì che de note le se fa vegheh poco: perchè le sta quete e scose su le marine, de Golamento in quà sin de Morgo e più in là, ma più de spesso in Ponta de Barbacale e in marina de San Piero comò anche in questa de le Fontane. De dì, se sa, ele fandose in montarusse de sabion co desora piante de spin e de brule, e in garghe taca soloso 'l mar in muci de scusseo missiao co volaiga, gnissun pol veghehle e per de manco cognossehle. Se va a caminando pe' ste marine via e j fola forsi addosso, senza corzehse e capih ninte, ma giovardi, nievi mie biniditi a saveh che ze ele e montahj sora per despeto! Dalongo 'le ne farave cageh per-tera in sparassisimo puo a deventh in cagiandene in umaghe, in pote-marine e in oltre bestie, o in volaiga e scusseo, ossia in duto e per duto comò che le se fà ele, e tocarave, lafè, restah cussì per ognissempre de la nostra vita senza spierah de liberahse mai più, comò che, magari cussì no, ha tocao purassê volte, che omini e femene che ze 'ndai a capame, a brule e rusta e in quii parisi, puo quel'aneme no s'ha pussuo più a veghehle a tornah indrio. Cô in man in man se và a la volta de le note curte, che le scuminzia a fah 'l stransito che de quà le va sin a Tagiamento, a Caurle, Piave e più anche in colà sin la Ponta de la Maistra in Valle de Comacio; ma puo cô revien le note longhe le torna vegheh su per tramontana, e cô ze dalongo drio Nadal quà le riva in vagazion sù le nostre marine: per passah le lame e i canali 'le se strassina drio una barca longa longa de vero, che in mar, se fa maltempo, 'le 'ncanta le ristie e le sionere, la piova i lampi e i tuni e che vogando le fà più fuga de 'l bapor. Duto questo se sà, ben capio, se veghe nome che de note e de dì sempre de ele ze duto sito, duto queto e duto scoso, comò che za v'he dito.
Sinchè propio cô riva la sera de la Pifania, bisogna d'esseh a casa bonora e stah buni e pregah le sante orassion, co intanto fregah ben co l'agio i cagnassi e le seraure de le porte, açiò che no 'le vegna drento a tohve per portahve via a Comacio e cussà indola pe palui e deserti. Perchè queste zè aneme maligne fige de fade, condanae de 'ndah a vagando per duto 'l mondo, comò che 'l vien quà per le nostre marine.
Le ze stae viste più volte persin a tirah la trata su i Dossi de l'Oro, e là puo a sentahse partera sul sabion in bòssolo, 'mpigiah 'l fogo cuosehse 'l pesse, am desvanih dalongo duto quanto, cô garghe barca de i nostri pescäuri per curiositae se viçineva a la volta sova de ele. 'Le ha i dinti spuntìi e lunghi de rame, i cavili de fil de fero e vogi lustri e faliscusi de piera-bati-fogo, gambe de legno gropolose: 'le ze vistie de soto dute de stuora, co un capoto de reäto e co per butuni cortegae; brute che le fà spasemah 'nche i demuni. Cô 'le vien qua in päese co la so barca de vero longa longa (comò che me v'he dito) 'le riva zite dadrio 'l Reparo; e guai! Dio çe vardi e Gesù Maria! per duto Gravo, a fahj garghe insolensia, e che mamuli e mamole 'vessa de catahse fora de casa a stà ora despuo la 'Vemaria! Comò per le Varvuole a la sera de Pifania, bisogna meteh mente co paura anche per le fade galantine cô le vien fora de soto 'l Capitelo in Corte a balah e distirah 'l cordon de oro pe' incantah la zente che se sbassessa a tohlo suso e puo a fahla deventah in tante carieghe vecie a casa. Ma per desso quà de dihve basta.

Domenico Marchesini (Menego Picolo) (Grado, 1850-1924)

Le Varvuole *



E così, davvero, nemmeno con le varvuole bisogna scherzare, sapete? Anch'esse sono streghe dallo spirito malvagio, destinate a vagabondare per il mondo.
Per la maggior parte dell'anno, sia di giorno che la notte, si fanno vedere di rado: questo perché se ne stanno nascoste sulle marine, da Golamento fino a Morgo e più in là ma, ancor più spesso, sulla Ponta de Barbacale e sulla marina di San Piero, come anche in questa delle Fontane. Di giorno, si sa, trasformandosi in monticelli di sabbia con sopra piante spinose e di giunco marino, e in qualche posto lungo il mare in mucchi di conchiglie mescolate ad alga, nessuno può vederle e, tantomeno, conoscerle. Camminando lungo queste marine può capitare di calpestarle, senza accorgersi e rendersi conto di ciò che si è fatto; ma Dio ce ne scampi, nipoti miei benedetti, a farlo sapendo che ci sono loro, là sotto, e montargli sopra per dispetto! Subito vi farebbero cadere per terra con le convulsioni, per farvi diventare poi tartarughe, lumache, meduse o altri animali, o alga o frantumi di conchiglie, ossia in tutto e per tutto uguali a ciò in cui di solito loro si trasformano; e così toccherebbe, in verità, rimanere per tutta la vita senza sperare di potersi mai più liberare; com'è poi successo, purtroppo, molte volte ad uomini e donne che erano andati da quelle parti in cerca di conchiglie, di giunco marino o di quel tipo di gramigna con cui si fanno scopini e spazzole, senza che nessuno abbia potuto rivedere, mai più, quelle anime ritornare indietro. Dopo il solstizio d'inverno, quando le notti sono più brevi, da qui si trasferiscono su altre marine, alla foce del Tagliamento, Caorle, del Piave e più oltre fino alla Ponta de la Maistra e alle Valli del Comacchio; ma poi, quando ritornano le notti lunghe, le si torna a vedere portate dalla tramontana, e subito dopo Natale arrivano vagando sulle nostre marine: per oltrepassare gli avvallamenti tra i dossi e i canali, portano con sé una una barca lunga lunga di vetro, che in mare, se c'è brutto tempo, incanta le onde e le trombe d'aria, la pioggia, i lampi ed i tuoni e dove, remando, corrono più veloci di un battello a vapore. Tutto questo, beninteso, si può vedere soltanto di notte poiché di giorno di loro non si sente né vede niente, tutto è zitto e nascosto, sempre, come vi ho già detto.
Così, quando arriva la sera dell'Epifania, bisogna rientrare a casa presto e starsene buoni e dire le sante preghiere, e intanto strofinare con l'aglio i catenacci e le serrature delle porte, in modo che non riescano ad entrare per prendervi e portarvi via fino alle Valli del Comacchio o chissà dove, in quali paludi o deserti. Perché di anime maligne, figlie di streghe si tratta, condannate a vagare ovunque per il mondo, come accade anche qui sulle nostre marine.
Sono state viste più volte persino a pescare con le reti, sui Dossi de l'Oro, e là poi sedersi in crocchio, accendere il fuoco, cuocere il pesce, per poi svanire all'improvviso se qualche barca dei nostri pescatori per curiosità cercava di avvicinarsi. Hanno denti appuntiti e lunghi di rame, i capelli di fil di ferro e occhi lucidi e scintillanti come una pietra focaia, gambe di legno nodose; sono vestite di sotto con della stuoia, con un cappotto fatto di rete a grandi maglie e che ha, come bottoni, i sugheri delle reti dei pescatori; brutte da far spavento anche ai demoni. Arrivano qui in paese con la loro barca di vetro lunga lunga (come vi ho detto), silenziose dietro la diga verso il mare; e guai! Dio ce ne scanpi e Gesù Maria! per tutto Grado, a far loro qualche insolenza, e che bambini e bambine mai si trovino fuori casa dopo l'Avemaria! Come nei confronti delle Varvuole durante la sera dell'Epifania, bisogna aver sempre timore anche delle fate più belle quando escono da sotto il Capitello in Corte, ballando e distendendo il cordone d'oro per incantare la gente che si abbassa per raccoglierlo e trasformarla, poi, in tante vecchie sedie nelle case. Ma, per adesso, basta così.


* Le Varvuole sono streghe o fate maligne che la sera dell'Epifania penetrano nelle case e portano via i bambini cattivi. Nel grande "Dizionario veneziano" di Manlio Cortellazzo troviamo "varòla, veròla" con il significato di "strega, befana", termine che probabilmente deriva da una malattia infettiva contagiosa che si manifesta con vesciche e pustole cutanee, detta " varòla, variòla, varuòla". Nota anche il testo cinquecentesco del Caravia: " E dalla Piffania / Co se l'Ave Maria / Le verole co i spei si me sbuela" ( "E durante l'Epifania / all'ora dell'Ave Maria / le streghe con gli spiedi mi sbudellano").

Statuto dell'Istituto

ISTITUTO DI CULTURA E LINGUA VENETA
del FVG, Istria, Dalmazia e Montenegro

STATUTO


denominazione e scopo

articolo 1

L'Istituto di Cultura e Lingua Veneta del FVG, Istria, Dalmazia e Montenegro è un libero sodalizio culturale, apolitico e apartitico, senza fini di lucro, operante in quest'area e all'estero. Nasce per salvaguardare e promuovere le varie espressioni della cultura veneta nel mondo attraverso ogni forma di diffusione, incluse pubblicazioni, conferenze, corsi di studi, dibattiti, concerti, trasmissioni radiofoniche e televisive, Internet, visite, viaggi anche all'estero, borse di studio, concorsi, congressi, scambi culturali con istituti ed enti che si occupano di analoghi studi e materie.
In previsione della costituzione dell'Euroregione, inoltre, l'Istituto si impegna a creare maggiori contatti e scambi culturali tra il FVG, il Veneto, Slovenia, Croazia e Austria, coinvolgendo anche le comunità italiane presenti nell'area in oggetto e operando per una comune valorizzazione del patrimonio culturale e linguistico di tutte le genti del territorio (italiane, friulane, venete, giuliano-dalmate, tedesche, slovene, croate).
Si potranno istituire sezioni o sedi di rappresentanza dovunque sia ritenuto opportuno, in Italia ed all'estero.
L'Istituto si prefigge:

a) la salvaguardia e la valorizzazione in ogni sua forma della cultura e della lingua veneta con le sue varianti bisiaca, gradese, maranese, triestina, muggesana, veneta goriziana, veneta liventina, veneta pordenonese, udinese e palmarina nel FVG, e delle varianti venete, istrovenete ed istroromanze della Slovenia, della Croazia e del Montenegro, tenendo comunque sempre presenti anche le parlate delle comunità di giuliani, istriani e dalmati all'estero. Tale tutela potrà essere attuata anche richiedendo apposite leggi regionali e nazionali;
b) l'opera di diffusione a livello internazionale dei valori storici, filologici, linguistici, artistici, ambientali, che hanno caratterizzato le zone suddette;
c) la conservazione e la difesa di peculiarità architettoniche, paesaggistiche, toponomastiche e artistiche dell'ambiente;
d) svolgere opera di difesa delle tradizioni italiane e venete e di conservazione del patrimonio storico e culturale nell'area giuliana e dalmata situata oltreconfine (Slovenia, Croazia e Montenegro);
d) la valorizzazione delle tradizioni folcloriche, delle manifestazioni popolari, degli usi e delle costumanze tipiche;
e) di favorire la formazione di gruppi culturali (tra cui anche cori o quant'altro) che intendano far conoscere e diffondere le varie espressioni - passate e future - della cultura e della lingua veneta nelle zone suddette ma anche di collaborare fattivamente con le varie associazioni culturali ed enti che si occupano con riconosciuta competenza in questi stessi territori della lingua e della cultura friulana, slovena, croata, tedesca;
f) sostenere e promuovere i diritti fondamentali in campo culturale e linguistico delle Comunità Italiane rimaste in Istria, Fiume, Dalmazia e nelle varie regioni della ex Jugoslavia e dell'area balcanica, dove risiedano nuclei di connazionali;
f) promuovere iniziative atte a conservare la storia, la cultura e la memoria degli esuli dall'Istria, da Fiume, dalla Dalmazia, dall'area triestina e isontina;
f) di organizzare tavole rotonde, convegni ed incontri;
g) effettuare attività di formazione nel campo della storia, delle tradizioni e della cultura veneta, nella sua accezione più vasta (compresa la valorizzazione delle lingua veneta e delle sue varianti come le parlate istroromanze), presso le istituzioni scolastiche pubbliche e private, di ogni ordine e grado, sensibili a queste tematiche;
h) di promuovere e di favorire la ricerca storico-archivistica, la raccolta sistematica dei valori trasmessi dalla tradizione orale e della cultura materiale, allo scopo di una migliore conoscenza della cultura e della lingua veneta nel FVG, in Istria e Dalmazia e tra le comunità venete, giuliane e dalmate all'estero;
i) di pubblicare ricerche storico-filologiche o creazioni letterarie e musicali inerenti alla cultura e alla lingua veneta e di far conoscere e valorizzare il patrimonio storico e artistico di queste zone;
l) di tenere contatti con le comunità di veneti, giuliani, dalmati e friulani all'estero;



SOCI

Articolo 2

L'Istituto di Cultura e Lingua Veneta del FVG, Istria e Dalmazia, si compone delle seguenti categorie di soci:
-Soci ordinari
-Soci sostenitori
-Soci benemeriti
-Soci onorari

La quota di associazione dei soci ordinari e le quote minime dei soci sostenitori sono fissate annualmente dal Consiglio Direttivo. Vengono nominati soci benemeriti e soci onorari dal Consiglio Direttivo ed iscritti in apposito registro, i soci che si sono segnalati per opere di cultura, per assidua e prolungata attività o per donazioni o cospicui contributi elargiti a favore dell'Istituto.

Articolo 3

Tutte le categorie dei Soci hanno diritto di voto nell'Assemblea Generale e altresì diritto di ricevere tutte le pubblicazioni con la riduzione percentuale sul prezzo di copertina stabilito dal Consiglio Direttivo. Nessuno dei soci può fare interventi orali o scritti a nome dell'Istituto senza aver ricevuto autorizzazione scritta da parte del Consiglio Direttivo.
Il nuovo socio viene iscritto all'Associazione dopo aver inoltrato domanda di ammissione al Consiglio Direttivo che autonomamente può decidere se ammettere o no il socio. Il socio ha comunque diritto di voto solo se risulta iscritto da almeno 3 mesi.

Articolo 4

L'assunzione della qualità di socio non è soggetta ad alcuna limitazione di tipo temporale, eccetto l'obbligo di versare la quota annuale stabilita dal Consiglio Direttivo. La qualità di socio si perde per dimissione, per depennazione o per radiazione.
Le dimissioni.
Vengono rassegnate mediante lettera raccomandata al Consiglio Direttivo entro e non oltre il 31 ottobre di ogni anno; scaduto tale termine, la qualità di socio s'intende tacitamente rinnovata per un altro anno.
La depennazione.
Avviene a cura del Consiglio Direttivo, nei confronti dei soci morosi da due anni.
La radiazione.
È deliberata, inappellabilmente, dal Consiglio Direttivo nei confronti del socio che abbia un contegno o svolga attività pregiudizievoli alla vita dell'Associazione e che abbia subito condanne per reati infamanti.
Contro il provvedimento di radiazione è dato ricorso, entro un mese dalla comunicazione, all'Assemblea, che decide inappellabilmente.

ORGANI SOCIALI

Articolo 5

Sono organi dell''Istituto di Cultura e Lingua Veneta del FVG, Istria e Dalmazia:

- il Presidente
- l'Assemblea Generale
- il Consiglio Direttivo
- il Collegio dei Revisori dei Conti


articolo 6

Assemblea Generale.
L'Assemblea Generale è un organo deliberativo, formato dai soci in regola con il pagamento dei canoni ai quali spetta un voto ciascuno; può essere ordinaria o straordinaria. L'avviso di convocazione dell'assemblea con l'elenco delle materie da trattare deve essere affisso alla porta esterna o all'albo della sede sociale e sui principali quotidiani locali.
a) L'Assemblea Ordinaria è convocata dal Consiglio Direttivo entro il 30 aprile di ogni anno, con avviso diramato almeno 10 giorni da parte del Consiglio stesso.
b) L'Assemblea Generale Ordinaria è valida in prima convocazione quando siano presenti personalmente o per delega la metà più uno degli associati; in seconda convocazione qualunque sia il numero degli associati presenti.
Nessun socio potrà essere portatore di più di una delega: la delega dovrà essere nominativa e firmata dal delegante.
c) Compito dell'Assemblea, in caso di proposta di scioglimento dell'Istituto da parte del Consiglio Direttivo, è di valutare se la proposta ha fondate motivazioni e, in caso di dubbio, di richiedere al Consiglio Direttivo di dare notizia della possibile chiusura dell'Istituto a tutti i soci ed agli organi di stampa locali.

articolo 7

L'Assemblea Generale Straordinaria è convocabile in qualsiasi data dal Consiglio Direttivo, oppure nel caso di particolari contingenze dal Collegio dei Revisori dei Conti, oppure, su richiesta di un numero pari ad un terzo dei soci, oppure dal Presidente in caso di decadenza del Consiglio Direttivo.
Per la sua validità valgono le norme che regolano l'Assemblea Generale Ordinaria.
Per deliberare lo scioglimento anticipato dell'Istituto sarà necessario il voto favorevole di almeno 2/3 della totalità dei soci iscritti ed aventi diritto di voto.

articolo 8

Compiti dell'Assemblea Generale
L'Assemblea Generale Ordinaria:
- elegge il Consiglio Direttivo, il Collegio dei Revisori dei Conti;
- approva il Conto Consuntivo dell'esercizio precedente composto da un rendiconto economico e da uno finanziario, la Relazione morale e finanziaria, il Bilancio preventivo;
- propone nuove manifestazioni ed altre forme di attività in armonia con le finalità costitutive dell'Istituto;
- propone a maggioranza dei presenti eventuali modifiche allo Statuto;
- stabilisce la sede e l'epoca dei Congressi.

articolo 9

L'Assemblea Generale Straordinaria delibera soltanto sugli argomenti per i quali essa è stata convocata.

articolo 10

Consiglio Direttivo.
L'Istituto è retto da un Consiglio Direttivo di tre soci eletti dall'Assemblea Generale con votazione personale, segreta e a voto limitato.
a) Il Consiglio Direttivo elegge nel suo seno il Presidente, il Segretario e l'Economo: queste ultime due figure possono essere scelte tra i soci non eletti, in tal caso senza diritto di voto.
b) Il Consiglio Direttivo viene eletto per la durata di 6 anni, i posti rimasti vacanti nel Consiglio, durante i 6 anni di carica, vengono rioccupati dai soci che nella graduatoria seguono immediatamente gli eletti.
c) I membri che senza giustificato motivo trascurino di prendere parte a più di tre sedute consecutive del Consiglio Direttivo devono, dal Consiglio Direttivo stesso, essere dichiarati decaduti dalla carica.
d) Il Consiglio Direttivo uscente resta in carica per il disimpegno di soli lavori di ordinaria amministrazione, fino alla consegna dei poteri del Consiglio Direttivo ad esso subentrante.
e) I membri del Consiglio direttivo sono sempre rieleggibili. Delle riunioni del Consiglio Direttivo, a cura del Segretario dell'Istituto, si devono redigere dei verbali, da conservare in appositi registri.
f) Il Consiglio Direttivo delibera a maggioranza dei componenti. In caso di parità prevale il voto del Presidente.
g) Il Consiglio Direttivo si riunisce periodicamente. I componenti sono convocati con partecipazione personale, che deve pervenire agli interessati almeno otto giorni prima della data della seduta.

articolo 11

Compiti del Consiglio Direttivo.
È compito del Consiglio Direttivo:
a) fissare il programma di attività del sodalizio;
b) curarne l'esecuzione;
c) favorire la formazione di gruppi culturali che siano in carattere con gli scopi dell'Istituto e che si prefiggano di mettere in atto delle particolari attività guidate da persone particolarmente competenti nel loro campo che assumeranno l guida del gruppo e, di conserva, con il Consiglio Direttivo svilupperanno le attività particolari inserendole in programmi annuali;
d) stabilire le date di convocazione ordinaria o straordinaria dell'Assemblea Generale, determinando l'ordine del giorno;
e) organizzare congressi, tavole rotonde, dibattiti;
f) decidere sull'ammissione dei nuovi soci e sull'esclusione di altri;
g) far osservare lo Statuto ed amministrare l'Associazione;
h) sottoporre all'Assemblea Generale i conti consuntivi economico e finanziario ed i bilanci preventivi, copia dei quali devono essere messi a disposizione degli intervenuti; successivamente i bilanci approvati saranno a disposizione per la visione dei soci che ne facciano richiesta solo presso la sede sociale;
i) eseguire i deliberati dell'Assemblea Generale;
l) formulare all'Assemblea Generale proposte di elezione a soci onorari e benemeriti;
m) sovraintendere all'Amministrazione del patrimonio;
n) coadiuvare il Presidente in tutte le sue attività.


Articolo 12

Presidente.
Il Presidente è eletto a maggioranza di voti dal Consiglio Direttivo tra i propri componenti.
Il Presidente:
a) rappresenta l'Associazione nei rapporti con i terzi ed in caso di giudizio;
b) convoca e presiede il Consiglio Direttivo e provvede all'esecuzioni delle deliberazioni;
c) delega un consigliere che lo sostituisca in caso di una sua assenza o impedimento;
d) firma gli atti sociali di ordinaria amministrazione e su delega del Consiglio Direttivo, quelli di straordinaria amministrazione;
e) esercita, in caso di particolare urgenza i poteri del Consiglio Direttivo, con l'obbligo di chiederne convalida alla successiva riunione del Consiglio Direttivo stesso. In caso di decadenza del Consiglio Direttivo vedi articolo n. 7.

articolo 13

Collegio dei Revisori dei Conti.
Il Collegio dei Revisori dei Conti, viene eletto dall'Assemblea Generale, si compone di n. 3 membri tra i quali viene nominato un Presidente. I suoi compiti sono quelli previsti dalle leggi vigenti e tradizionali dell'ufficio.
Il bilancio e il conto consuntivo devono essere accompagnati nella presentazione all'Assemblea da una relazione.
Il Collegio può partecipare alle sedute del Consiglio Direttivo e può chiedere la convocazione dell'Assemblea straordinaria.

Patrimonio

articolo 14

L'Istituto può possedere oltre che beni mobili anche beni immobili. Il patrimonio è costituito dalle quote associative; dal fondo pubblicazioni, da eventuali altre entrate derivanti dall'attività dell'Associazione stessa, dalle suppellettili, dall'archivio, dalla biblioteca e da eventuali donazioni.

articolo 15

In caso di scioglimento dell'Istituto, il patrimonio sociale passerà, tramite delibera dell'Assemblea, ad altre associazioni aventi simili finalità.

articolo 17

Le quote sociali e i contributi associativi non sono trasmissibili a terzi e non sono rivalutabili.

articolo 18

Il Consiglio Direttivo può predisporre e sottoporre all'Assemblea straordinaria per la loro approvazione, appositi regolamenti che dispongano sulle seguenti materie:
a. la tenuta della contabilità e la formazione del bilancio preventivo e dei conti consuntivi;
b. le formalità di convocazione delle assemblee;
c. le modalità di elezione delle cariche sociali.

articolo 19

Per quanto non contemplato nel presente statuto avranno vigore le vigenti leggi.

Grado (GO), 1 gennaio 2007

Il patrimonio linguistico del FVG nel tempo dell'omologazione

Gli scontri, le infinite polemiche sorte in occasione di ogni vertice sul commercio, a partire da quello di Seattle, iniziano a porre interrogativi percepiti come decisivi - anche da parte delle persone meno impegnate - in ogni luogo del pianeta.
Che ne sarà di questo mondo, ci si chiede, della natura, delle tradizioni, di cibi, costumi, linguaggi tramandati a volte da tempi immemorabili?
La necessità di una comunicazione rapida ad esempio - time is money - in un mondo sempre più dominato dall’ossessione di immediati profitti non poteva, da subito, che trovare un ostacolo, un ostacolo di cui sbarazzarsi al più presto, nell’infinita varietà di lingue e dialetti presenti nel nostro pianeta. Varietà che aveva trovato, finora, rifugio nelle enormi difficoltà create dagli spostamenti o dalla mancanza di strumenti come il telefono, il fax, per non parlare di Internet. Ora, comunicare con qualsiasi luogo della terra è, in gran parte, possibile. Le nostre esigenze, del resto, sono cambiate e ciò che ieri era del tutto sconosciuto è diventato oggi, nel giro di pochi anni, per noi assolutamente indispensabile. O ci appare tale. L’offerta, di qualsiasi cosa, si è immensamente allargata rispetto ad un tempo e questo comporta obbligatoriamente il contatto sempre più stretto con chi, in ogni parte del mondo, queste cose ce le può offrire. E non solo merci ma anche musiche di popoli sconosciuti, filosofie diverse dalle nostre e così via di seguito. E tutto questo, non può essere messo in dubbio, è un grande arricchimento per genti che come le nostre a volte, fino ancora a cinquant’anni fa, non vivevano troppo diversamente dai popoli primitivi, spesso abitando entro tuguri malsani, senza cibo né vera istruzione.
Ma come e in che modo il mondo, improvvisamente, giunge nelle nostre case? Qui sorge una legittima perplessità. Nessuno, difatti, può pretendere di conoscere a fondo tante culture tanto diverse e così, spinti perlopiù da un’effimera curiosità, ci accontentiamo di grossolane traduzioni (quasi sempre a loro volta mediate dall’inglese) di altri modi di percepire la realtà in altre, anche lontanissime, parti del mondo. Approfondire è una parola, sembra, sempre più estranea al nostro lessico e dunque, com’è accaduto nel caso della New Age o di certa cosiddetta World Music, ciò che ci si illude di studiare o di sentire non è che una sorta di riassunto ad uso di chi le fonti originarie non avrebbe mai né il tempo, né la costanza, di studiarle. In questo brumoso e infermabile ramificarsi di informazioni che, per non essere state vagliate criticamente da chi le diffonde e da chi le riceve, spesso si rivelano altrettanto inutilizzabili (e in più foriere di confusione) di quando non ne eravamo a conoscenza, in questo preteso abbattimento di ogni distanza, c’è anche chi si pone il problema di salvaguardare come può la fisionomia originaria di antiche culture che oggi rischiano seriamente di scomparire. Già, perché il mito di comunicare con chiunque e ovunque ha avuto come primo ed immediato risultato la necessità, come si diceva, di trovare una lingua comune; e così la possibilità di sopravvivenza di una lingua o di un dialetto non dipende ormai da altro che dal maggiore o minore numero dei suoi parlanti. Si tratta di un problema antico; ma la vertiginosa sparizione di lingue e dialetti a cui assistiamo in questi ultimi decenni non ha precedenti nella storia. Semplicemente, chi non impiega una lingua parlata da almeno qualche milione di persone è destinato ad essere escluso, a vivere confinato e bloccato in un’isola immobile quando tutto, intorno a lui, diventa Oceano, correnti in continuo movimento che si spostano in ogni direzione.

Eppure queste numerosissime lingue parlate nel nostro pianeta sono tutte ugualmente importanti testimonianze della varietà della vita, della relazione millenaria, fisica e spirituale, tra l’uomo e i luoghi in cui è vissuto, per cui la perdita di ognuna di esse significa anche la perdita - irrimediabile - di un sentimento e di una conoscenza profonda delle cose. E non cose genericamente intese, ma esattamente gli elementi specifici che compongono un certo paesaggio e soltanto quello, quegli alberi e quegli animali, quelle rocce e quel cielo. Il rischio è dunque quello che, assieme alle parole, si perda anche ciò che esse nominavano. E, anche qui, in Friuli, il desolante, monotono proliferare di villette e capannoni industriali tutti troppo simili, dal mare fino alle cime delle montagne carniche, sembra tristemente dimostrarlo. Diventa, cioè, più facile distruggere ciò con cui non abbiamo più un rapporto diretto: come nelle guerre, ad esempio, in cui la prima necessità è sempre stata quella di creare una distanza incolmabile tra le parti. Non diventa più così facile, allo stesso modo, abbattere un albero o costruire su un prato se abbiamo imparato a conoscere e a sentire la vita che si agita in queste cose, se un albero o un prato non sono semplicemente due termini vaghi ma hanno un nome preciso, dato ad essi da persone che ne conoscevano ogni remota fibra o le centinaia di creature che da quelle erbe, tutte diverse, tutte con un proprio nome, traevano sostentamento o rifugio.
In questi anni, per puro e cieco calcolo opportunistico mascherato sotto il nome (anche qui significativamente generico) di Progresso, sono state eliminate dal pianeta migliaia di specie animali e vegetali, per non parlare degli innumerevoli disastri ambientali. È quanto è accaduto anche in una regione come la nostra quando, solo per fare un preciso esempio tra i tanti possibili, si decise che la pezzata rossa friulana, un’antica razza bovina di queste zone, non rendeva più e si scelse quindi, senza rimorsi, di sostituirla con altre razze considerate più redditizie. Diffusissima fino a qualche decina d’anni fa in tutte le nostre stalle, di questa specie (di cui quasi nessuno parla) non esistono ormai che pochi esemplari sempre a rischio d'essere abbattuti o incrociati con razze non autoctone.
E la lista degli orrori potrebbe, volendo, continuare per pagine, come lo spettro del “Corridoio 5” che rischia di devastare definitivamente parte del paesaggio della Bassa e quel che resta della Bisiacarìa (dopo l’aeroporto, Centrale, Cantieri navali ecc.) e un buon tratto del Carso monfalconese e triestino.

Per quel che riguarda alcuni linguaggi ritenuti particolarmente significativi si è tentato, in Italia, di salvaguardarli con apposite leggi di tutela. Leggi che però forse, se ci riusciranno, salveranno come abbiamo detto soltanto alcuni dei linguaggi a rischio d’estinzione presenti nel nostro paese. È necessario dunque, a partire da questa importante anche se non in ogni punto condivisibile legge, che proprio chi ha beneficiato di questo riconoscimento e dei finanziamenti ad esso collegati, si adoperi attivamente per estendere quest’opera di salvaguardia delle diversità impegnandosi affinché nulla, di ciò che caratterizza nel profondo il nostro paese, venga sciaguratamente disperso.
Ricordiamo a proposito che, anche se all’interno dei confini dell’antica regione storica del Friuli la lingua friulana è oggi certamente quella maggiormente conosciuta e diffusa, da molti secoli questi territori sono stati caratterizzati anche dalla presenza di altri (non meno significativi e meritevoli di tutela) linguaggi. Parliamo delle parlate medievali tedesche in alcune località della Carnia e di quelle - legate al mondo slavo o sloveno a seconda della loro vetustà, isolamento fisico o ragioni storiche - della Val di Resia, delle valli del Natisone, fino ad arrivare al Carso monfalconese. Vi sono poi altre tre comunità, le cui parlate sono state definite “venete autoctone”, nel senso di luoghi in cui il veneto non è stato semplicemente il linguaggio adottato dagli strati più abbienti, com’è successo nelle città di Udine o Palmanova ad esempio, ma - come minimo da almeno quattro, cinque secoli - è diventato il linguaggio impiegato dalla maggioranza della popolazione, dai contadini all’alta borghesia. Ci riferiamo a cittadine come Grado e Marano ed alla Bisiacarìa, cioè gli otto comuni del monfalconese. Ma non si può dimenticare altri importanti linguaggi, qui, come il triestino, il pordenonese e le altre parlate di tipo veneto presenti in regione. Come sappiamo, il friulano, lo sloveno ed il tedesco hanno avuto finalmente, con la legge di tutela delle minoranze linguistiche 482/1999, un loro giusto riconoscimento. Non godono, al momento attuale invece, né da parte dello Stato né da parte della Regione, di alcuna forma di tutela gli altri linguaggi citati dianzi. Questo nonostante si tratti di parlate di straordinario interesse, secondo il parere di molti studiosi italiani ed esteri. Parlate ancora ricchissime di antichi termini veneti ma, anche, di alcuni straordinari relitti lessicali friulani e sloveni medievali. Si tratta, difatti, di vere e proprie “isole linguistiche” che hanno continuato ad impiegare, nel loro isolamento, parole altrove abbandonate ormai, a volte, già da alcuni secoli. Hanno impiegato questi linguaggi per dar voce ai loro sentimenti più profondi, tra l’altro, grandi poeti come il gradese Biagio Marin - tradotto in ogni parte del globo - fino ad arrivare tra gli altri, in anni più recenti, alla celebre cantante monfalconese Elisa, che ha esordito cantando in bisiaco. Tutti questi elementi dovrebbero essere più che sufficienti a spingere la nostra Regione a cercare di salvaguardare in ogni modo questo straordinario patrimonio - linguistico e culturale - che contribuisce a rafforzare in modo ancora più forte la sua “specialità”, mi sembra, rispetto ad altre regioni della penisola. Paradossalmente, invece, le leggi di tutela delle minoranze linguistiche storiche hanno avuto, specialmente su buona parte del mondo politico, un effetto opposto rispetto a quello che ci si sarebbe aspettato. L’approvazione di questa legge non ha coinciso, difatti, con un aumento di sensibilità ed attenzione nei confronti di tutti quei linguaggi che oggi, in un mondo sempre più globalizzato, sono a rischio d’estinzione. La legge 482 è diventata per alcuni, invece, un ottimo alibi per non occuparsi più - od occuparsi in modi a dir poco risibili - di tutto ciò che lo Stato ha relegato (speriamo non definitivamente!) nel limbo dei “dialetti”. Si dice: “Lo Stato ha detto chiaramente quali sono le lingue meritevoli di essere tutelate. Perché si dovrebbe perdere tempo e soldi pubblici per occuparsi d’altro?”. Se questi ragionamenti fossero accettati non saremmo mai arrivati, però, nemmeno alle leggi di tutela attuali. Come esempio dell'arbitrarietà di questi ragionamenti valga, per tutti, il caso del sardo: fino al 1995 il governo italiano parlava sempre ed esclusivamente di dialetti sardi, negandone la dignità linguistica, mentre due anni dopo veniva approvata dal governo la legge sulla lingua sarda (con l’ovvia conseguenza che oggi nessun politico si sognerebbe di definire il sardo un “dialetto”).
Noi invece affermiamo con forza che la scomparsa di questi linguaggi sarebbe per la nostra regione una perdita irreparabile. Nonostante questo, le associazioni che si impegnano per sottrarre all’oblio queste parlate sono spesso ignorate ed ogni loro appello cade nel vuoto. Eppure la logica vorrebbe che si desse, in primis, una mano a chi è in maggiore difficoltà.
Dunque, quello che qui si chiede è un ulteriore, comune passo in avanti nella salvaguardia della stupefacente varietà che contraddistingue il Friuli Venezia Giulia gettando, fin d’ora, le basi per un serio piano di tutela delle parlate storiche regionali.
La sopravvivenza e la continuità delle cose può dipendere quindi dal nostro volerle o non volerle custodire e cercare di mantenerle in vita. È, in gran parte una questione di scelte. Dipende soltanto da noi, dalla nostra attenzione - traghettandole con la nostra opera vigile e costante di difesa verso il domani - se l’oblio avrà alla fine il sopravvento.
Il friulano, lo sloveno con le altre parlate slave, il tedesco e gli idiomi storici veneti: diademi luminosi e rari, di cui mai vorremmo vedere la nostra regione spogliata.

IVAN CRICO

Origini dell'idioma veneto bisiaco

Su Leonardo Brumati
e le prime testimonianze intorno alla “lingua bisiacha”

di IVAN CRICO


Partiamo da un’interessantissima risposta - ancor oggi pochissimo conosciuta e citata - ad una lettera andata perduta (come ricordava Silvio Domini nell’articolo “L’epistolario dell’abate Brumati” pubblicato nel 1994 sulla rivista «Bisiacaria») di Jacopo Pirona. In questa lettera, molto probabilmente, l’insigne studioso metteva l’amico al corrente dei suoi studi per un vocabolario friulano e gli chiedeva lumi sui nomi italiani di certe piante ed animali. L’abate Leonardo Brumati, nella sua lettera, scrisse comunicandogli che anch’egli stava preparando uno studio sulla sua parlata nativa affermando inoltre, con una certa bonaria ironia, di non conoscere il friulano come non lo conoscevano, del resto, i suoi amici del Territorio quando insieme studiavano ad Udine:

“Io pure sto mettendo a parte qualche materiale per un lavoro sul dialetto del mio paese; ma a chi mai, parmi sentirla esclamare, potrà servir uno scritto sulla lingua d’un così angusto luogo qual è il Territorio di Monfalcone. (…) Pure formando esso un tempo i principali sobborghi della seconda Roma in Italia conservano tutt’ora i suoi abitanti nel loro linguaggio una grandissima analogia con quelli del Lazio, e specialmente i nomi degli oggetti di storia naturale s’avvicinano ai latini assai più che non i Toscani medesimi; onde parmi poter giustamente dir qualche cosa in favore degli Italiani in confronto degli Etruschi, che non contenti di primeggiare pretendono anche signoreggiare nell’Italica favella. Osserverò qui di passaggio, che noi, è ben vero, abbiamo troncato per comodo e facilità di discorrere una gran parte delle parole terminate per vocale, ma ci siamo preservati dalla terminazione in “ao”, lasciata agli abitanti di Grado e di altri paesi marittimi delle venezie dai Greci, che sotto gli Esarchi di Ravenna li dominarono. Queste ed altre ragioni mi determinarono a trattar un soggetto, il quale andando privo di ogni interesse, mi avrà fatto passar almeno qualche ora istruendomi.
Circa la sua richiesta devo dire: che, o non ben La intendo, o Ella vuol da me cose superiori alle mie forze. Come vuol Ella che Le dia i nomi friulani degli oggetti appartenenti alla storia naturale se non ne conosco il dialetto? Per ciò che Le dissi qui sopra, Ella può conoscere che riguardo alla lingua sono fuori del Friuli, e se sono stato alle scuole in Udine, allorché avevamo il bene di appartenere a codesta Diocesi, poiché appunto il nostro linguaggio più del loro accostavasi all’italiano ed al latino, che si studiavano, eravamo sì scioccamente superbi di esso, che sdegnavamo di parlar il loro”.

Ma chi è l’autore di questa lettera e cos’era questo linguaggio parlato nel Territorio di Monfalcone che il Brumati si premura di distinguere, nei primi anni dell’Ottocento, tanto nettamente dal friulano?
Cerchiamo, dunque, di rispondere alla prima domanda che ci farà conoscere una figura singolare ma poco conosciuta, di straordinaria modernità, su cui vale davvero la pena di soffermarsi. Leonardo Brumati nacque a Ronchi dei Legionari ( chiamata al tempo “Ronchi di Monfalcone”) il 4 agosto 1774 da un’umile famiglia di artigiani. Come ricordava Silvio Domini nelle belle pagine a lui dedicate (da cui abbiamo ampiamente tratto le note seguenti), dimostrando fin da piccolo una non comune intelligenza, venne fatto studiare da Giuseppe Berini, anch’esso di origine ronchese, importante archeologo, storico e traduttore di classici, nato nel 1762 e morto nel 1820. Leonardo Brumati compì i suoi studi superiori a Udine e successivamente, per meriti personali, fu invitato a Venezia dove ebbe modo di perfezionare le materie, soprattutto di tipo scientifico, per le quali era naturalmente portato. Pochi mesi dopo la caduta della Serenissima, il 14 gennaio 1837, ricevette a Gorizia l’ordine sacro.
A Vermegliano, un piccolo paese presso Ronchi dei Legionari, fu cappellano esposito. Presso il "Ginnasio" di Monfalcone, in cui insegnarono anche Giuseppe Berini, Alessandro Stagni, Domenico Scocchi e Francesco Cosani, e dove si distinse per le sue doti di insegnante di fisica, scienze naturali e grammatica latina. L'istituzione scolastica ebbe, però, vita breve: fu difatti soppressa dall’Austria che vedeva, in questi insegnanti di vedute assai avanzate per l’epoca, abituati ad intrattenere contatti con i maggiori studiosi europei, dei fautori di idee libertarie e antiaustriache. Il Brumati, di conseguenza, fu a lungo osteggiato tanto da spingerlo ad un soggiorno, probabilmente forzato, in Istria. Rientrato in questi luoghi, che divennero negli anni l’oggetto principale di tanti appassionati e precisi studi, divenne cappellano festivo a Staranzano. Rimase però a vivere in una sua casa che possedeva nel borgo ronchese di San Vito e a Vermegliano dove, tra l’altro, creò un suo Orto Botanico visitato da prestigiosi studiosi italiani e stranieri. Contatti che sono testimoniati anche da un interessantissimo epistolario con lettere del chimico francese Gaj Lussac, del conchigliologo Buillet, del celebre professor Bertoloni di Bologna, dello scienziato tedesco Guglielmo Schiede di Cassel d’Assia, del botanico triestino Bortolo Biasoletto, del filologo Jacopo Pirona (autore del grande vocabolario friulano, che si era avvalso, come abbiamo detto, del Brumati per tradurre esattamente in italiano nomi di piante ed animali del vicino Friuli), e della poetessa friulana Caterina Percoto, che soggiornava spesso a Ronchi dei Legionari. Tra questi, inoltre, anche uno dei massimi botanici tedeschi, il Reichenbach (1793-1879) che gli dedicò il nome di una pianta che cresce lungo le rive del Natisone, il “Leontodon Brumati” appunto. Fu tra i fondatori dell’Orto Botanico di Urbino e, per la sua opera di ricercatore instancabile, preparatissimo, ottenne l’encomio solenne dell’Accademia delle scienze di Francia e un ambito riconoscimento della Società dell’Agricoltura di Milano.
Presso le Biblioteche di Udine e Gorizia sono conservate più di una ventina di sue opere manoscritte, ma soltanto due suoi lavori, escludendo i numerosi articoli apparsi su giornali o riviste del tempo, furono pubblicati in vita: il Catalogo sistematico delle conchiglie terrestri e fluviali osservate nel Territorio di Monfalcone edito a Gorizia nel 1838 dalla tipografia Paternolli, e la lunghissima ode anacreontica, intitolata Per Messa Novella, dedicata a Don Giovanni Battista Nob. Dottori e fatta stampare a Udine nel 1838 da Padre Pietro Benedetti presso la tipografia Murero.
Il Brumati sentì il bisogno di diffondere fra il popolo, dal quale proveniva, una cultura pratica - specialmente nel campo dell’agricoltura - che era frutto delle sue esperimentazioni, dei suoi studi e, se si vuole, della sua notevole erudizione. E nella prima metà del secolo scorso fu lui il personaggio trainante della comunità contadina e non solo di questa, fu lui il consigliere, il burbero amico, il confortatore, il maestro. Arrivava sul suo calés, trainato dal musset, per andare da una stalla all’altra, dalle vigne alla palude, dalla chiesa alla canonica-scuola con la tonaca impolverata e la barba incolta. Si rimboccava le maniche per insegnare, lavorando insieme ai gruppi che lo aspettavano o lo mandavano a chiamare. È merito suo se le donne staranzanesi (e quelle vermeglianesi) iniziarono la raccolta di quelle erbe e di quelle piante che, per diversi scopi, venivano preparate e portate a vendere a Trieste. L’opera di questo uomo genuino - particolare per quei tempi - favorì pure l’economia del paese, ma soprattutto gettò le basi di quelle idee e aspirazioni nuove (compito difficile in una comunità contadina e conservatrice!) che furono lievito sociale e culturale per molti decenni.
Era creduto e ascoltato, perché la sua azione disinteressata era ben diversa da quelle di coloro che non si ponevano neppure il problema dell’emancipazione delle classi subalterne e che curavano soltanto gli interessi personali e la conservazione dei privilegi. Con la sua voce tonante, tramandano i vecchi, si esprimeva nel colorito e vigoroso dialetto antico, mezzo insostituibile per entrare nelle menti di poveri analfabeti o quasi, piuttosto restii alle innovazioni; dialetto che egli sentì il bisogno di fissare sulle pagine dei suoi interessanti e precisi cataloghi sistematici della flora e della fauna del Territorio. Al Brumati sono stati attribuiti anche gli ottanta Detti sentenziosi, proverbi, adagi e pronostici de' Contadini del territorio di Monfalcone che più frequentemente si sentono, possibilmente esposti nel vernacolo ivi usato, salvo qualche parola cambiata a motivo di decenza, pubblicati anonimi alle pp. 53 e 54 del «Calendario per l'anno bisestile 1852» dell I.R. Società Agraria di Gorizia.
Mi sembra qui importante, dato l'interesse della scoperta, riportare inoltre per intero l'articolo che Silvio Domini ha dedicato al rinvenimento di tre poesie inedite del Brumati che riportiamo in fondo a questo saggio. Un articolo che contiene inoltre numerose ed importanti considerazioni riguardo al “bisiàc” ottocentesco:

"Catalogando l’archivio dei notai Cosolo quando sono arrivato agli atti del 1830, in mezzo ad un fascicolo di contratti e testamenti, legato con un nastrino verde, mi è saltato fuori un fascicoletto di tre sole pagine, legato sul dorso con un cordoncino bicolore. Alla vista di tre composizioni poetiche in dialetto scritte con l’originale calligrafia di Leonardo Brumati, la mia sorpresa è stata enorme. In calce al primo foglio, con altra scrittura minuta, la seguente scritta: “Manoscritti di Leonardo Brumati del 1837 e da me posseduti - Giuseppe Cosolo”.
Confesso di essermi emozionato, in quanto questa scoperta sposta l’inizio della letteratura bisiaca di molto indietro: il primo verseggiatore in bisiaco che finora si conosceva era il foglianino, Pietro Cauzer, che nel 1882 compose una serie di quartine, che lasciano molto a desiderare metricamente e di scarso valore letterario, per la “Sagra dei discolzi”.
La prima composizione del Brumati è un sonetto, scritto per le nozze di Giuseppe Cosolo con Elisabetta Lucia Maria Vio, avvenute nel 1789. Gli endecasillabi hanno rima AC BD nelle due quartine ed AC nelle due terzine: la metrica è perfetta e il bisiaco è quello usato a cavallo tra Sette e Ottocento.
Devo far notare che lo stesso anno dello sposalizio del Cosolo, il Brumati venne consacrato sacerdote: così si spiega questa poesia nata dalla loro amicizia per essere stati quasi coetanei.
La seconda poesia, intitolata “Morosi”, è composta da quattro quartine di perfetti ottonari con rima AD BC; in essa si rivela tutta la verve dell’autore, arguzia che già si conosceva nella citata “Ode anacreontica”.
La composizione "Morosi" non è databile con precisione, comunque sta nell’intervallo tra il 1798 e il 1837.
La terza composizione, intitolata umoristicamente “Mussa vernacola” (quel “Mussa” è una scherzosa trasformazione di “Musa”) è ancora un sonetto non caudato: le due quartine sono rimate AC BD e le due terzine AB, con C della prima e A della seconda che amalgnao i sei endecasillabi. L’argomento è serio: l’Autore si sfoga con i ricchi possidenti che avevano tentato, contro il suo parere di esperto e con nessun successo, la coltivazione del riso cinese o a secco, rovinando povera gente di San Canziano e di Staranzano e portando le zone malsane a ridosso dei paesi. Questa poesia è stata scritta senz’altro nel 1837. È pensabile che l’anziano notaio proprio nel 1837 abbia chiesto al Brumati di scrivergli i testi delle tre composizioni poetiche: la prima lo riguardava direttamente, le altre due forse gli piacevano.
Non sapremo forse mai quante e quali siano state le poesie del Brumati: io penso molte.
Ci sono bellissimi vocaboli come “felize”, “finamente”, “zoventù”, “corazo”, “solache”, “noma”, “cunsilgi”, “feva”, ecc. che ci confermano la continuità nei secoli di termini che sono arrivati fino a noi e che vengono ancora usati da quelli che parlano bisiaco. Mi fermo ancora un momento soltanto sulle voci verbali “diseuo”, “andeuo” e “desfauo”, dove la “u” sta al posto della “v”, come si usava negli scritti veneti anche di molti secoli passati; queste voci, nell’uso parlato, avevano perso molto tempo prima la vocale finale, diventando “andéu” e “diséu”, uso che perdurò fino alla fine del secolo scorso e anche oltre, per trasformarsi col tempo, anche nell’uso scritto, in “andevo” e “disevo”. E si potrebbe continuare, perché le tre poesie offrono molti spunti sull’evoluzione del nostro dialetto”.


*


Dopo aver ricordato le parole di Domini, a cui tutti noi dobbiamo moltissimo, possiamo così adesso tentare di rispondere alla seconda domanda: di che tipo di linguaggio stiamo parlando quando parliamo del bisiàc e, soprattutto, come si è diffusa una parlata di tipo fondamentalmente veneto in territori lontani da Treviso o Venezia, in cui sarebbe stato più logico incontrare - piuttosto - lo sloveno o il friulano?
Oggi certamente i comuni del monfalconese non si sentono più parte in alcun modo di quello che viene chiamato “Friuli Storico” (i cui confini coincidono per i bisiachi con quei luoghi, oltre l’Isonzo, in cui comunemente si parla il friulano) ma piuttosto di quell’area giuliana, accomunata da linguaggi di tipo veneto, composta da gradesi, triestini e istriani. Se pensiamo al passato di queste terre, però, gli ultimi studi riguardanti la storia linguistica del territorio di Monfalcone, oggi comunemente chiamato ‘Bisiacarìa’, ci fanno pensare sempre di più ad una zona ‘mista’ e meno omogenea di quanto non ci appaia oggi. Una zona in cui nei primi secoli dello scorso millennio, a seconda delle famiglie, si poteva parlare un dialetto di tipo sloveno o ladino (molto affine al tergestino e al muglisano), e in cui una buona parte della popolazione, almeno quella più dedita agli scambi o ai commerci, fosse in grado all'occorrenza, ma forse anche continuativamente, di impiegare il veneto del tempo. Già nei documenti più antichi del monfalconese difatti, come ha osservato lo studioso Maurizio Puntin, capita spessissimo d’imbattersi nella forma friulana e veneta di una medesima parola come se ci trovassimo in un’ambiente in cui si potevano usare con tutta tranquillità l’una o l’altra forma: cosa, tra l’altro, comunissima nel bisiàc dove possiamo trovare, ancor oggi, sedon, sculier o guciar, brosema o zelugna.
Si è parlato a lungo dunque, da parte di diversi studiosi come il Pellis, per spiegare il fenomeno della presenza di una parlata come quella bisiaca, in queste zone, di una relativamente recente ‘venetizzazione di un fondo ladino’; ma forse a questo punto, pur tenendo in parte come buone queste teorie, diventa necessario sfuggire alla genericità di queste affermazioni aggiungendo altri elementi. Oggi dunque possiamo finalmente allargare il discorso parlando, da Aquileia fino in Istria, di un contatto, certamente molto più antico, tra diversi linguaggi che si sono trovati a convivere in questi luoghi, in alcuni casi, già nei primi secoli dello scorso millennio quando, del resto, le differenze non erano così accentuate come lo possono essere oggi. Basti pensare, solo per fare un esempio, ai celebri processi di “Lio Mazor”, redatti in un veneto arcaico in cui alcuni studiosi hanno creduto, addirittura, di riconoscere elementi friulaneggianti. Evidentemente l’influenza del latino volgare era all’epoca così forte da poter far assomigliare ancora, almeno in alcuni tratti, il veneto ed il friulano più di quanto oggi non accada.
In seguito, l'arrivo graduale ma comunque imponente nel monfalconese di famiglie provenienti nella maggior parte dal Veneto dalla fine del 1400 (dopo le devastazioni arrecate dalle scorrerie delle armate turche) comportò certamente una ulteriore progressiva venetizzazione della parlata mantenendo però, al suo interno, numerosi elementi riconducibili al ladino, e forse anche al veneto di tipo più arcaico, periferico, che qui probabilmente già si conosceva. Per quanto riguarda il dialetto sloveno invece, di certo troppo difficile per i nuovi immigrati, o già in fase declinante, esso andò rapidamente perdendosi quasi del tutto, come si diceva, sopravvivendo solo in alcuni termini, tanto che la quasi totalità delle famiglie di certa origine slovena nella Bisiacarìa, già da secoli, hanno perso del tutto la memoria della loro parlata. Questa parlata sopravvive ed è impiegata quotidianamente (anche se non sappiamo se proprio nella sua forma originaria) ormai soltanto da alcune famiglie dell'area pedecarsica monfalconese mentre è ancora invece molto viva in quasi tutti i paesi del Carso.
Il risultato finale, secondo queste nuove teorie, fu quindi che, nell'arco di un centinaio d'anni, le famiglie che ancora parlavano ladino o il dialetto sloveno si adeguarono alla parlata dei nuovi arrivati arricchendola con molti termini particolarissimi che, misteriosamente, furono addottati e fatti propri anche da chi non era originario di queste zone. Come sembrano mostrarci soprattutto i documenti legati alla toponomastica locale, ma anche vari atti notarili, a partire dalla metà del 1500 il ladino e lo sloveno, di fatto scompaiono quasi del tutto da queste zone per far posto ad un linguaggio di tipo fondamentalmente veneto.
Da allora nei paesi del monfalconese tutte, se non tutte le persone che si sono trasferite dal Friuli in questa zona prima dell’apertura dei Cantieri Navali agli inizi del secolo scorso, tendevano così ad abbandonare la loro parlata natìa in favore del linguaggio impiegato dalla maggioranza della popolazione locale, cioè il bisiàc. Queste persone che si sono qui trasferite nel corso dei secoli dunque, anche se con cognomi di chiara origine friulana, non possono essere dunque oggi comprese ovviamente tra i parlanti la lingua friulana come dimostrano diverse famiglie che si sono trasferite tra Seicento e Ottocento che sono diventate a tutti gli effetti bisiache come, ad esempio, i Braida, i Fabris, i Braulin che non serbano più alcuna memoria della loro lingua d’origine. Nessuna famiglia ha del resto nemmeno conservato, come è stato invece a Muggia e Trieste fino almeno nell’Ottocento, nemmeno quello che è stato felicemente battezzato come “ladino oltreisontino” adottando tutte, in seguito ad un mutato assetto sociale del territorio, una parlata di tipo veneto. Facciamo presente, ad esempio, che alla famiglia Fulizio e Miniussi, di chiara e antica onomastica ladina oltreisontina e tra le prime documentate nel nostro territorio, appartenevano anche due dei compilatori del Vocabolario Fraseologico del dialetto bisiàc. Per cui non vi è stata continuità, com’è forse accaduto ( ma comunque solo in minimissima parte invece per la comunità slovena ), tra il ladino oltreisontino ed il friulano che viene parlato in ambito famigliare dalle famiglie di friulani trasferitisi in seguito a quella data nel nostro territorio. Gli unici che hanno dunque ereditato e conservato alcune tracce di quella misteriosa parlata sono, invece, proprio le famiglie che parlano bisiàc, non quelle che oggi in casa oggi parlano friulano, che è a tutti gli effetti, in questi luoghi, una lingua di recente importazione.
Alla fine del 2005, ad esempio, compiendo un grossolano errore, due comuni del territorio, come Monfalcone e Sagrado, sono stati inseriti in una tabella intitolata “I comuni friulani” all’interno dell’Enciclopedia tematica del Friuli Venezia Giulia, definendoli come appartenenti “all’ambito territoriale della lingua friulana”. Sarebbe invece più esatto dire che a Sagrado si parla il dialetto bisiàc mentre soltanto nella frazione di Sdraussina (Poggio Terza Armata) si parla il friulano assieme allo sloveno e a San Martino del Carso il dialetto “Samartinàr”. Per cui il friulano, in tutto il Comune di Sagrado, è parlato soltanto da circa la metà degli abitanti di una piccola frazione. Per quel che riguarda Monfalcone, invece, il friulano viene parlato (soltanto ed esclusivamente in ambito famigliare) soprattutto all’interno di quelle famiglie che si sono trasferite per lavoro nel corso del Novecento, mentre gli immigrati friulani di più antica data, come abbiamo detto dianzi, hanno praticamente tutti nel corso degli ultimi secoli adottato come lingua principale il bisiàc. Per cui se vogliamo parlare di una comunità storicamente radicata e di un uso pubblico e condiviso di questa lingua, gli unici due paesi dei comuni del monfalconese dove si è sempre e continuativamente parlato il friulano sono dunque Poggio Terza Armata ed Isola Morosini, due paesi che però per l’appunto non fanno parte di quella che noi chiamiamo ‘Bisiacarìa’, cioè i paesi in cui si parla il bisiàc, in cui invece rientra a pieno titolo Monfalcone. Una città dove, ad esempio, due tra gli avvenimenti più importanti ed attesi dalla popolazione, come il celebre discorso di ‘Sior Anzoleto postier’, in occasione del Carnevale, e la pubblicazione della rivista «La Cantada» che viene venduta in migliaia di copie, sono accomunati dal fatto di impiegare rigorosamente il bisiàc e non certamente la lingua friulana.
Ricordiamo inoltre a proposito le parole del grande linguista Graziadio Isaia Ascoli (che, essendo Goriziano, doveva di certo conoscere bene la nostra zona) scritte nel 1863: “Trieste, Rovereto, Trento, Monfalcone, Pola, Capodistria, parlano la favella di Vicenza, di Verona, di Treviso; Gorizia, Gradisca, Cormòns, quella d’Udine e di Palmanova”. Ma già nel 1853 lo studioso sloveno Kociancic aveva pubblicato un lungo articolo « Zgodovinske drobtinice pò Goriskem nabrane v letu 1853» (Briciole storiche raccolte nel Goriziano nel 1853) dove aveva enumerato tutti i luoghi in cui vivono i Friulani (« laski, vlaski ali furlanski prebivalci ») “con eccezione per il territorio tra la sponda sinistra dell'Isonzo ed il Carso fino a Gradisca, dove vivono gli Italiani, circa 12.000 anime, che si chiamavano « Bisiacchi ». Sempre nello stesso anno, scrivendo della provenienza di nomi di luoghi in Friuli, spiega in un altro articolo le origini di una certa lingua « bisiacha » nel territorio da Duino a Gradisca, tra il Carso e l'Isonzo aggiungendo che le popolazioni dei territori appartenuti una volta alla Repubblica Veneziana erano nell'anno 1848 seguaci della « cosa italiana » e contrari all'Austria, mentre « tutti gli altri nostri Friulani » erano fedeli all'impero austriaco.
Anche il Prof. Sebastiano Scaramuzza nel suo Le Vicende e le Conclusioni del mio studio giovanile della Parlata Gradese, stampato a Udine nel 1894, scriveva che “nell'autunno della mia quarta ginnasiale (1845 circa) a qual punto mi trovavo io co' miei studi gradensi?.. Ecco : Io aveva già conosciuto parecchi dialetti Veneti : il dialetto di Pirano, d'Isola d'Istria, di Capo d'Istria, il dialetto del Territorio di Monfalcone, il dialetto di Venezia, le parlate dei Chioggiotti, dei Caorlotti, dei Buranelli e di altre popolazioni venete”.
Per continuare, nel fondamentale Atlante storico-linguistico-etnografico friulano inoltre, si dice che le "principali località <> sono: Sagrado, Fogliano, San Pier d'Isonzo, Cassegliano, San Zanùt, Turriaco, Pieris, San Canzian d'Isonzo, Polazzo, Selz, Vermegliano, Ronchi dei Legionari, Begliano, Staranzano, Aris, Dobbia e Monfalcone". Dobbiamo inoltre notare che nello stesso testo, in schede riguardanti altre località della nostra Regione, sono evidenziate anche minime, mininimissime tracce di un uso più o meno recente del friulano. Nel caso del territorio di Monfalcone, invece, si parla solo ed esclusivamente del dialetto "bisiacco". In un'altro importante testo dell'insigne studioso Giovanni Frau, I dialetti del Friuli (edito tra l’altro proprio dalla Filologica Friulana), l'autore afferma che il "bisiacco" è una varietà dialettale fondamentalmente veneta", parlata nei paesi sopracitati, mentre la Bisiacarìa è definita come ‘il territorio in cui vivono i Bisiac(c)hi’. E anche qui non si fa alcun accenno ad un uso, seppur minimo, del friulano (e, sbagliando per mancata conoscenza certamente, nemmeno dello sloveno) nel territorio di Monfalcone. Riassumendo, allora, gli unici paesi del Territorio di Monfalcone dove è accertata storicamente la presenza e l’uso del friulano sono le frazioni di Poggio Terza Armata (in parte) ed Isola Morosini mentre è da escludere, nel modo più assoluto, la città di Monfalcone a meno che non si voglia dar spazio ad interessate riscritture della storia linguistica del territorio prive di ogni scientificità e subito rigettate, del resto, dai più autorevoli studiosi della regione.

Ciò che distingue il bisiàc da tutte le altre parlate della nostra regione è dunque dato soprattutto dalla sopravvivenza, al suo interno, delle tracce di questi diversi antichi linguaggi a cui dobbiamo aggiungere, in tempi relativamente più moderni, anche diversi termini di origine francese e, soprattutto, tedesca. Spesso così, in maniera del tutto inconsapevole, gli abitanti del monfalconese hanno quindi continuato ad impiegare fino ai nostri giorni termini altrove scomparsi, a volte, da molti secoli.
Come abbiamo detto, al ladino oltreisontino e al dialetto sloveno, parlate a cui Maurizio Puntin ha dedicato degli studi approfonditi, sempre più si sta diffondendo la convinzione che già in epoca medievale dovesse affiancarsi a queste parlate anche un terzo linguaggio. Un linguaggio che evidentemente doveva essere una sorta di lingua franca, derivata dal veneziano del tempo ed impiegata in tutta la fascia costiera, atta a permettere una migliore comprensione tra la popolazione locale e quanti - ed erano molti - arrivavano in queste zone anche da lontano, da Milano e oltre, per smerciare le proprie mercanzie. Monfalcone difatti, come testimoniano molti documenti, era città di ‘Muda’, di dogana, e tra le sue mura si svolgeva un importante mercato dove si vendevano prodotti locali ma anche merci più preziose. Questo spiegherebbe, meglio di un’ipotizzata, ma difficilmente dimostrabile, diretta discendenza di una parlata di tipo veneto dallo sfaldarsi del latino aquileiese, la presenza in alcune parlate della nostra regione di diversi termini veneti dai tratti più arcaici. A testimonianza di ciò le parlate tergestine e muglisane conservavano al loro interno numerosi termini veneti di tipo più arcaico come òglo ad esempio, testimoniato anche nell’antico chioggiotto, al posto del friulano vòli. È evidente che in questo caso non possono trattarsi di influenze del triestino moderno che, come sappiamo, è privo o quasi di termini riconducibili alle parlate venete più arcaiche, ricalcando piuttosto fedelmente quella veneziana settecentesca.
Per quanto riguarda il monfalconese, a proposito, è inoltre documentata la presenza di guarnigioni venete nel Territorio a partire dal 1289 (‘ma frequenti incursioni armate attraverso i canali lagunari risalgono almeno al secolo precedente’, ricorda Domini) con gli inevitabili continui contatti con quel mondo durante i quattro secoli di dominazione veneziana. Inoltre nel tempo pescatori, cacciatori (e, anche se molto più tardi, i ‘marineri’ che raccoglievano la preziosa sabbia dell’Isonzo per le costruzioni), avevano probabilmente già allora contatti con la comunità di Grado ed altri pescatori dell’Adriatico di lingua veneta, contatti che hanno lasciato la loro impronta soprattutto nel lessico marinaresco, nei nomi della fauna ittica, degli uccelli e delle piante di palude come, solo per fare un esempio tra i tanti possibili, la ‘brula’, la canna palustre.
Quel linguaggio che sarebbe stato in seguito definito come bisiàc ha iniziato ad imporsi comunque con forza, sembrerebbe, soprattutto a partire dall'inizio del 1500, cioè l’epoca in cui lo sloveno e il ladino oltreisontino scompaiono dalla Bisiacaria come lingua corrente. Il bisiàc, com’è stato detto, dimostra un tipico aspetto di veneto “coloniale”, anche se con aspetti piuttosto diversi rispetto a quello che si è imposto a Trieste e a Muggia, conservando al suo interno diversi termini di tipo più arcaico, legati all’area veneta e istro-veneta, come ancói, comódo, crïatura, spiandòr, gesia, cuntìnevo, i rari vóido, “vuoto”, e zerendìgul (da “cerendegolo”, una specie di fionda), spesso già citati dal Boerio come parole scomparse da tempo nel veneziano del Settecento e testimoniati soltanto nei documenti più antichi. Anche nelle interrogazioni il bisiàc (almeno quello parlato fino ancora ad una trentina d’anni fa) si distingue notevolmente dal triestino, per cui troviamo ad esempio, come anche nel tergestino, “onde vasto (vato)?”, “dove vai?” al posto di “’ndove te va?”, “asto (àto) catà?”, “hai trovato?”, al posto di “te ga trovado?”, “comódo èsto (èto) grando?”, “quanto sei alto?”, al posto di “quanto te son grando?” “parvìa de ché fali baldoria?” “perché stanno festeggiando?”, ecc.
Ovviamente sono di straordinario interesse anche tutti quei termini che troviamo documentati anche nel tergestino come nóu, tóu, ulìu, catìu, vìu, s’ciau, seu, trau, vec’, che evidentemente rimandano con forza ad un fino ad oggi importante e dimenticato sostrato, solo per citarne alcuni accanto ad altri derivanti dal dialetto sloveno antico come seima per indicare i fuochi epifanici. Queste scoperte sembrano dunque delineare un inedito quadro di antiche convivenze tra diversi linguaggi per cui come abbiamo sottolineato prima, quasi certamente, da Aquileia all’Istria, il confronto tra mondo ladino, veneto e slavo è stato molto più forte e forse precoce di quanto si sia finora immaginato. Probabilmente già in epoca medievale, da Muggia alla Bisiacarìa, il friulano ed il veneto si sono trovati così a convivere dando vita a linguaggi che oggi difficilmente si possono definire come appartenenti interamente all’uno o all’altro ambito linguistico; linguaggi come il muglisano ed il tergestino che sono parlate di tipo friulano fortemente ed anticamente influenzate dal veneto o come quello bisiaco dove, altrettanto forte nei secoli, accanto ad antiche espressioni venete, è stata la segreta, finora non riconosciuta influenza di una perduta parlata ladina.



















Poesie di Leonardo Brumati


Sonet

A Lùzia e Bepi Cosul
Sposi


Anca ti Lùzia te xe maridada,
felize mi te auguro la vita
finamente ti te à coronada
quela speranza che la era zita


cignuda ta ’l to cor e ben serada.
Dès bogna che te pense a far fioreti
parché la zoventù te à donada
a Bepi che al speta bei fioleti


par far faméa che la vaghe vanti drita
su quela strada segnada del Signor.
E ti Bepi corazo, ta la vita


xe anca spini e no solache fior.
Ma tut passa in sto mondo, passa via,
resta noma che al grando, vero amor.



Sonetto. Anche tu, Lucia, ti sei maritata, / felice io ti auguro la vita / finalmente hai coronata / quella speranza che silenziosa // tenevi nel cuore ben custodita./ Adesso bisogna che tu pensi a far fioretti / poiché la gioventù hai donato / a Giuseppe che aspetta bei figlioli // per metter su famiglia che vada avanti diritta / lungo quella strada segnata dal Signore. / E tu Giuseppe coraggio, nella vita // ci sono anche le spine e non soltanto fiori. / Ma tutto passa in questo mondo, passa via, / rimane soltanto il grande, vero amore.






Morosi


L’altro zorno al mus se ferma
e no zova la vis’ceta
mi desmonto e vardo a dreta
e de bot ò la conferma


drio la macia la cavala
de sior Pinperle passona
chieta chieta, bona bona,
e al me mus, lu no no fala,


al te zira svelt a dreta
ma sul oro li xe un fos
e rucando a più no pos
al rebalta la careta.


Quando che ghe ciapa i sete
i morosi i fa conpagno
no i te scolta gnanca al lagno
e i cunsilgi de mi prete.


Fidanzati. L'altro giorno l'asino si ferma / e a nulla serve il frustino / io scendo e, guardando alla mia destra, / capisco subito il perché: // oltre gli alberi la cavalla / del signor Pinperle bruca l'erba / quieta quieta, buona buona / e infallibile il mio asino // gira veloce a destra / ma, sul margine, lì c'è un fosso / e tirando a più non posso / rovescia il carretto. // Così quando sragionano / i fidanzati si comportano allo stesso modo: / non danno più ascolto né alle lagnanze / né ai consigli di me prete.




Mussa Vernacola


Un tenp un bon udor la bavisela
sufiava su de la marina cara
ma dès cu’i risi, questa la é bela,
vien su una spussa che l’é propio rara.


No i à vulù scoltarme co diseuo
de no piantar quei risi ta ’l paludo
e i siori quando che mi lazò andeuo
i me feva scanpar como un por gudo


par guantarme de bot in ta la nassa.
Ma mi cun arte desfauo la madassa
scrivendoghe a Gurizia le reson


che no le à valù, parché al paron
l’é senpre lu che al vinze e intant al por
al à magnà le vache e al so lavor.




Mussa vernacola. Un tempo un buon odore la brezza leggera / portava su dalla marina cara / ma ora con le risaie, questa è bella, / arriva una puzza davvero rara. // Non mi hanno voluto ascoltare quando ripetevo / di non coltivare il riso nella palude / e i ricchi, quando mi recavo laggiù, / mi facevano scappare come un povero pesce // per cercare di farmi poi finire nella rete. / Ma io con arte disfacevo la matassa / scrivendo a Gorizia le ragioni // che però non sono servite, perché il padrone / alla fine è sempre lui a vincere e intanto il povero / ha perduto le mucche ed il suo lavoro.

Cenni sulla lingua dalmatica

LA LINGUA DALMATICA
Studio di Francesco Covelli


Con il nome di “dalmatica” s’ intende l’idioma neolatino prevenuto della Dalmazia oggi estinto, formatosi dalla diretta continuazione del latino sulla costa dalmata completamente romanizzata.
Dante non fa alcun cenno al dalmatico nel “De vulgari eloquentia”, ma già alcuni storici delle crociate, viaggiatori, ecc., parlano, dal sec. XII in poi, del “latino” o “romanzo” o “franco” della Dalmazia, e specialmente delle città di Zara, Spalato, Ragusa e Antivari. Per Veglia, il Giustiniani (sec. XVI) afferma che esiste “un idioma proprio…”.
L’area di questa lingua doveva essere limitata alla costa e alle isole, partendo dal sud di Fiume e giungendo fino a Cattaro, o più probabilmente ad Antivari. In favore di una maggior estensione del dalmatico a sud di Cattaro, in territorio ora linguisticamente albanese, parlano i caratteri fonetici dei toponimi latini dell’Albania settentrionale.
La lingua dalmatica ha avuto la forza di resistere in quei territori in cui era meno minacciata dall’invadente slavo, poiché, se è vero che la venuta degli Slavi risale al sec. VII, è altrettanto vero che questi, per lungo tempo, non osarono avventurarsi fino al mare. Premuto dalla parte della terraferma dallo slavo; a sud, sebbene lievemente, dall’albanese, ma specialmente dalla crescente penetrazione veneta, il dalmatico si ridusse ad essere parlato in poche oasi.
Quando si spense anche lì?
Mancano prove certe per rispondere; a Zara, per esempio, che subì fortemente l’influsso veneziano, assai presto; a Ragusa, che non fu che per brevissimo tempo alle dipendenze dirette di Venezia, solo sul finire del XV, e infine a Veglia, in una parte del popolo minuto, fino ad assai tardi; l’ultimo vecchio che parlava il vegliato, Antonio Udina detto Burbur, morì nel 1898.
I documenti che esistono del dalmatico non sono che saggi di una lingua moribonda. Questa lingua ha tuttavia esercitato, quando era ancora fiorente, un notevole influsso sugl’idiomi che sono venuti a contatto con lei.
Nel serbocroato (e specialmente nel dialetto di Ragusa) si trovano numerosi elementi dalmatici, facilmente riconoscibili dai posteriori elementi veneti per le peculiarità fonetiche (per esempio: kupijerta del serbocroato di Ragusa proviene dal dalmatico, nel veglioto kopiarta, mentre kuverta di Arbe, ecc., deriva dal veneto koverta); alcuni elementi dalmatici si conservano tuttora nel veneto di Veglia.
Un problema di capitale importanza è quello della posizione del dalmatico nel seno della famiglia neolatina.
Ferme restando alcune coincidenze con il romeno e con l’albanese, il linguista più benemerito degli studi sul dalmatico (M.Bartoli) si è proposto di dimostrare i rapporti strettissimi con l’italiano meridionale e più precisamente con i dialetti della zona abruzzese-pugliese che, anche geograficamente, vengono a trovarsi di fronte alla Dalmazia. I suoi risultati sono stati accettati da molti studiosi italiani e stranieri; tuttavia c’è stato chi si è opposto a questa teoria (Clemente Merlo) ed ha cercato di dimostrare che il vocalismo e specialmente il consonantismo del dalmatico (veglioto) sono in fondo ladini.
Non ci può essere dubbio circa l’esistenza di stretti rapporti con il romeno, ma mentre il primo di questi studiosi vede nel dalmatico un membro di quella zona romanza che egli chiama “appennino-balcanica” e che congiunge l’italiano meridionale con il romeno, il secondo vede nel veglioto un anello della catena che riunisce il ladino al lontano romeno.

FONTI:
Per la conoscenza del dalmatico esistono fonti dirette ed indirette.
Le fonti dirette sono costituite dal materiale documentario, fornito specialmente dagli archivi di Ragusa, e, in prima linea, dai saggi di dialetto raccolti da vari studiosi sulla bocca degli ultimi parlanti il dalmatico, limitati purtroppo all’estremità settentrionale del territorio dalmatico, dove tale idioma si conservò più a lungo che altrove, nell’isola di Veglia.
Le fonti indirette sono costituite dalla toponomastica, e dagli elementi dalmatici incorporati negl’idiomi che si sono sovrapposti all’antico dalmatico (specialmente nel serbocroato).
Il più antico documento dalmatico (per tacere di qualche inventario raguseo del secolo XIII) è costituito da una lettera zaratina del 1397.

Il veneto, lingua non riconosciuta

Verso la fine del 2006, ricordo che sulle pagine de "Il Gazzettino" il giornalista Marchiori esordiva dicendo che la lingua friulana sarà definitivamente tutelata, “a differenza del veneto che è un dialetto”, con la nuova legge regionale. Ma che cosa distingue, davvero, una lingua da un dialetto? A parte la discutibile sottolineatura, dobbiamo ricordare, partendo da un testo presentato al Parlamento Europeo dal dr. Roberto Bolognesi dell’Università di Groningen in Olanda (da cui è tratto quasi integralmente il nostro intervento), che rispetto al problema della distinzione fra lingue e dialetti, è importante precisare da subito che una simile distinzione è, oltre certi limiti, tecnicamente impossibile, oltre che politicamente pretestuosa. Tecnicamente, perciò, i termini lingua e dialetto sono, se non perfettamente equivalenti, certamente interscambiabili e il loro uso non implica nessuna precisa distinzione genetica e/o gerarchica. Meno che mai viene sottinteso un giudizio di valore. Questo per i linguisti. L’uso che invece dei termini lingua e dialetto ancora spesso si fa in politica implica un rapporto gerarchico fra le due entità e un giudizio di valore: la lingua sarebbe qualcosa di superiore al dialetto; il dialetto una forma degenerata, o comunque inferiore, della lingua. Se da un lato vi sono dunque linguaggi le cui diversità e specificità rispetto all'italiano sono state già riconosciute da parte dello Stato italiano, come il friulano o il sardo ad esempio, dall'altro ve ne sono altri che ancor oggi vengono totalmente negati e discriminati da parte dello Stato, come il veneto, ma che a livello regionale e anche da parte di studi internazionali vengono riconosciuti - da numerosi studiosi - come lingue, cioè come sistemi linguistici ben distinti dall'italiano. Difatti tutti i cosiddetti dialetti italiani sono lingue distinte, e non dialetti dell'italiano, eccezion fatta per il toscano e il romanesco. I cosiddetti dialetti italiani sono tutti lingue che si sono sviluppate in modo autonomo e diverso rispetto al fiorentino che ha costituito la base per l'italiano standard: il piemontese e il napoletano, per esempio, non meno che il sardo e il friulano. Dall’Unità d’Italia fin quasi alla fine del secolo scorso i diritti linguistici delle minoranze sono stati sempre elusi etichettando dunque come dialetti, anziché come lingue, tutti gli idiomi minoritari che non godevano della tutela di uno stato confinante con il nostro paese. Come esempio dell'arbitrarietà di questa situazione valga il caso del sardo: fino al 1995 il governo italiano parlava sempre ed esclusivamente di dialetti sardi, negandone la dignità linguistica, due anni dopo veniva approvata dal governo la legge sulla lingua sarda. Linguisticamente in Sardegna non era cambiato nulla, ma in Italia era cambiata la maggioranza di governo.
Il veneto (lingua di cui nella nostra regione il bisiàc, il gradese, il maranese, sono antiche e particolarissime varianti, come potrebbero essere, rispetto al friulano centrale, alcune parlate della Carnia o del Concordiese) fa parte anch’esso di quei linguaggi discriminati e "tagliati" da parte dallo Stato italiano, che la classifica erroneamente come un dialetto dell’italiano. La Lingua Veneta viene invece classificata lingua nettamente distinta dall’italiano standard in diversi studi internazionali come l’Unesco Red Book of Endangered Languages (1993-1996) del professor Tapani Salminen –Università di Helsinky e l’Ethnologue, Languages of the World, 13ma Edizione, pubblicato negli Stati Uniti d’America dal Summer Institute of Linguistics. Il veneto costituisce uno degli esempi più chiari della malafede di chi pretende di discriminare le lingue sulla base della loro pretesa inferiorità: la lingua madre di diverse importanti personalità del passato, come l’esploratore Marco Polo o lo scrittore Carlo Goldoni, non era certo l’italiano-standard ma il veneto.
Friulano e veneto, per rispondere alla domanda iniziale, sono dunque secondo più che autorevoli studiosi (come molti altri linguaggi italiani ingiustamente non riconosciuti) lingue alla pari e parimenti meritevoli di tutela. E, se in questo senso la legislazione italiana è in evidente ed ingiustificato ritardo, la nostra Regione- in quanto Regione a Statuto Speciale - potrebbe compiere un primo passo partendo almeno con un riconoscimento ufficiale di quelle preziose parlate venete presenti da più secoli nel nostro territorio che oggi, molto più di altre, sono a rischio d’estinzione. Cosa che in questi giorni si tenta di fare con una proposta di legge che speriamo, davvero, dopo molti appelli inascoltati, di vedere finalmente attuata. Simboli viventi, questi linguaggi così rari e preziosi, della straordinaria ricchezza linguistica e culturale delle nostre terre di confine.
Pubblicato da ivan crico a 21.41