(da istria.net)
La storia dell'Istria nei suoi tre millenni è molto complessa. Vi è accertata la presenza dell'uomo già nel periodo paleolitico, nella preistoria. La storia conserva la memoria dell'immigrazione dei Veneti all'epoca della guerra troiana. Nel V secolo si verifica l'invasione dei Celti "gens valida et fera" come dice Appiano. Segue la conquista romana nel 177 a.C. I Romani fondarono Aquileia sulla soglia "delle porte dell'Italia" e da li iniziò ad irradiare una profonda romanizzazione.
Dunque su un substrato preromano in Istria (venetico, celtico o preindoeuropeo) si sovrappose il latino d'Aquileia. Dal latino di provincia derivano i volgari romanzi istriani: i dialetti istrioti a sud dell'Istria e un idioma di tipo friuleggiante a nord che però potrebbe anche essere non autoctono, ma importato dal Friuli. Con il crollo dell'impero romano d'occidente nel 476 iniziarono le invasioni barbariche. Si susseguono gli Ostrogoti, i Bizantini, í Longobardi, i Franchi che introdussero il sistema feudale, però non scossero la romanizzazione. Gli Slavi a partire dal VII secolo sono da considerarsi un'eccezione. L'Istria ebbe rapporti amichevoli e di simpatia con Venezia. L'Adriatico congiungeva le due popolazioni. Gli Istriani iniziarono le dedizione alla Repubblica di Venezia nel 932 con Capodistria. Nel 1420 i Veneziani posero fine al potere secolare dei patriarchi d'Aquileia. I primi estesero così la loro signoria su tutto il Veneto. Il dominio perdurerà fino al 1797.
Questo mutamento storico, il dominio della repubblica di Venezia sull'Istria, si manifesterà anche nel cambio linguistico. "Eguale mutamento aveva subito anche il volgare istriano. All'orecchio di Dante, abituato alla dolcezza della parlata toscana, il nostro volgare italico doveva suonare "di accenti aspri e crudeli". Ma col progresso del tempo, di mano in mano che i contatti con Venezia divennero sempre più frequenti ed intimi, l'influenza del dialetto veneto si fece sentire anche nei comuni istriani, ove le famiglie dei cittadini andavano a gara di avvicinarsi anche nel linguaggio alla "Dominante". Fu così che, ove maggiori furono i contatti fra le due rive dell'Adriatico o maggiore la possibilità di subirne l'influenza maggiore fu l'innesto del "veneziano" nel primitivo volgare istriano; e dalla loro reciproca fusione ed assimilazione ebbero vita varie parlate cui si scinde la nostra regione:
il ladino ritrattosi adesso al Friuli ma dominante una volta a Trieste ed a Muggia;
l'istriano che si parla a Rovigno, Dignano, Gallesano, Fasana e Valle;
i1 veneto in tutte le altre località dell'Istria". (Nota 1).
Bisogna tenere presente che, essendo stata l'Istria spopolata e ripopolata, il fenomeno del cambio linguistico è molto complesso.
Le cause principali dello spopolamento del territorio istriano sono dovute alle epidemie di peste e di malaria che decimarono la popolazione dal XIII al XVII secolo. Si ebbero in totale 41 epidemie pestilenziali; la chiamavano il "mal de la Giandussa". Incessantemente l'Istria era colpita pure da febbri malariche. La mancanza di popolazione si fece sentire anche a causa delle lunghe, ripetute ed ostinate guerre che Venezia conduceva contro i patriarchi di Aquileia, Genova, gli Ungheri, l'Austria, i Turchi, la contea di Pisino, i conti di Gorizia, gli Uscocchi. Le uccisioni di uomini erano accompagnate dalle devastazioni dei campi c dal saccheggiamento di animali. Nelle Commissioni ducali del 1375 sì legge: "L'Istria tutta può dirsi deserta". L' ultima grande epidemia infierì dal 1629 al 1631. Pola non era più una città, ma "il cadavere di una città".
Lo stato diresse l'immigrazione e la colonizzazione a partire dal 1500. Si tentò di ripopolare l'Istria con Italiani, Greci, Morlacchi, Albanesi, Montenegrini, Sloveni e Croati. Ci furono 102 momenti di colonizzazione registrati dal XV al XVII secolo.
Il ripopolamento ebbe riflessi linguistici importantissimi. Lo Czöernig studiò gli Slavi nel 1851 per incarico dell'Austria e li distinse in 17 gruppi linguistici. I nuovi coloni slavi vennero in contatto con gli abitanti delle città e la popolazione della campagna istriana divenne bilingue. "Nel meridione della penisola, dove l'elemento romanzo italiano prima del XVI secolo era predominante la colonizzazione significò l'avvio di quel processo che doveva portare alla formazione di due sfere culturali diverse e all'instaurazione tra loro di un "equilibrio" sui generis. Quando si parla di "equilibrio" tra la sfera culturale italiana e quella croata nell'Istria meridionale non s'intende sottolineare la presenza di una "validità" e di un "ruolo" uguali in ambito locale e in quello di più vasto respiro, ma innanzi tutto, il fatto dell'avvenuta impostazione di un equilibrio in senso di "acculturazione", per cui la più forte cultura italiana non riuscì ad assimilare quella più debole croata. II processo di "acculturazione" in Istria non si è concluso; i contatti e i rapporti tra "culture" etnicamente divergenti si sono mantenuti nei limiti di un "equiibrio" sui generis" (Nota 2).
L'appartenenza linguistìca dell'Istria nel secolo XVIII era costituita da tre comunità linguistiche: croata, italiana e slovena. Il processo di venetizzazione linguistica dell'Istria possiamo seguirlo nel tempo grosso modo in 3 fasi distinte.
La "prima fase" comprende alcuni secoli - dal X al XIII - nei quali Venezia in rapporti amichevoli o sconfitte con le città costiere istriane le lega a sé nel "vincolo di fedeltà". L'Istria costiera divenne politicamente veneziana e il veneziano lingua amministrativa. Ci fu una prima fase di coesistenza di due codici: quello veneziano e quello dei dialetti istriani preveneti. Sembra logico che il veneziano dal XIV al XV secolo era limitato a precise situazioni e funzioni.
La "seconda fase" di venetizzazione va dal XVI secolo alla prima metà del XIX secolo. E' in questo periodo, nel '500, che il toscano si impose come lingua nazionale sostituendo gradualmente i1 veneziano. Il veneziano divenne strumento di comunicazione elevata. Si fissò come koiné provinciale.
La "terza fase" vede l'indebolimento e la sconfitta politica ed economica della Serenissima. Il triestino, dialetto venezianeggiante, sostituì il tergestino, dialetto friuleggiante, nel XIX secolo. Nell'Istria si diffuse il modello linguistico triestino senza grosse difficoltà; quando Trieste diventa Porto Franco sostituì economicamente Venezia. "Ne1'800 il triestino divenne la guida della koinè veneta giuliana" (Nota 3). La terza venetizzazione è dunque segnata dall'interferenza del triestino sui dialetti veneti dell'Istria.
Nei primi dell'Ottocento alcune idee filosofiche innescarono una quantità di avvenimenti. Furono il Romanticismo e l'Idealismo filosofico tedesco a contrapporsi alla cultura classica greca e romana ripescando il proprio medioevo. L'Idealismo porta a pensare allo "spirito delle nazioni" (Hegel). Da questa idea scoppiano in Europa da una parte istanze demografiche, costituzionalistiche e dall'altra, l'Europa è percorsa da una tensione definita irredentistica. L'Austria doveva confrontarsi con l'irredentismo polacco, ungherese, italiano, croato. Le consapevolezze linguistiche cominciarono a fiorire da più parti. Si crearono situazioni di dinamismo conflittuale positivo. L'apporto del nuovo dinamismo del triestino si accompagnò all'espansione economica, che riaprì le grosse vie di comuncazione dell'Istria servendosi di un grosso volume di comunicazione dialettale. Nell'Istria occidentale ci fu la ricostituzione di una buona parte del continuum linguistico romanzo. Il dialetto veneziano-triestino riacquistò rapidamente tutto il suo prestigio. Gli italofoni acquistarono progressivamente terreno. I fenomeni di acculturazione e di bilinguismo non hanno implicato sempre il cambio linguistico. È proprio questa fluidità del confine etnicolinguistico che caratterizza la terza fase di venetizzazione dell'Istria.
Nel secolo XX l'Istria conobbe la stagione dei totalitarismi. L'Italia iniziò a condurre una politica di assimilazione dei croati e degli sloveni subito dopo il 1918. Si chiusero le scuole con lingua d'insegnamento croata e slovena. Dopo l'ascesa al potere del fascismo si vietò l'uso dello sloveno e del croato nell'amministrazione e nei tribunali. Si interruppe ogni attività sportiva e culturale in sloveno e croato. Vennero italianizzati quasi tutti i cognomi slavi. Tale politica già nel 1921 provocò la resistenza degli sloveni e croati. La seconda guerra mondiale e la divisione politica del territorio istriano ebbe come conseguenza l' esodo di buona parte della sua popolazione. La nuova congiuntura nazionale jugoslava esercitava una forte pressione ideologica sulla. popolazione, schierando le minoranze nazionali da una o dall'altra parte. Si arrivò cosi all'esodo massiccio degli italofoni. Oltre al continuum storico del dialetto istroveneto, qui tracciato, c'è l'ipotesi dell'autoctonia dei sistemi dialettali veneti in Istria, sostenuta dal Decarli. Questa tesi è respinta dal Crevatin, il quale sostiene che non sia scientifica. "Basti riflettere su questo banale elemento: "veneto" non equivale a "veneziano", nonostante l'uso promiscuo che si fa di queste designazioni, ed i dialetti istriani (non parlo di quelli istrioti, ovvìamente) sono di tipo scientificamente veneziano, guarda caso il dialetto di chi ha retto l' Istria tra il XIV e il XVIII secolo (Nota 4).
Note:
B. BENUSSI, L'Istria nei suoi due mìllenni di storia, Trieste, 1924,p.283.
M.BERTOSA, L'equilibrio nel processo di "acculturazìone" ìn Istria: tra interazioni e opposizioni, 1982/1983, p.282.
F. CREVATIN, "Per una storia della venetizzazione dell'Istria", Studi mediolatini e volgari, 1975, p.98.
IDEM, "Pagine di storia linguistica istriana", AMSI, vol. XXIV (1976), p. 317.
Bibliografia:
B. BENUSSI, L'Istria nei suoi due rnillenni di storia, Trieste, 1924.
M. BERTOSA, "L'equilibrio nel processo di "acculturazione" in Istria: tra interazìoni ed opposizioni',ACRS.voI.XIII (1982/83), pp. 273 -92.
G. BRANCALE-L.DECARLl, Istria, dialetti eprelstorta,Triestc, 1997.
M.R. CRRASUOLOPERTUSI "Il contributo dell'etimologia alla storia della neolatinità istriana",AMSI, voLXXXVIII (n.s.) (I99U), pp.187-251.
F. CREVATIN, "Per una storia della venetizzaziunc linguistica dell' lstria. Prospettive metodologiche per una sociolinguistica diacronica", Studi mediolatini e volgari, voLXXlll (1975), pp.59-99.
IDEM,"Pagine di storia linguistica istriana". AMSI, vol. XXIV (n. s.) (1976), pp. 39-50.
IDEM, "I dialetti veneti dell'Istria", Guida ai dialetti veneti, vol.IV (1982), pp.39-50.
D. DAROVEC, Rassegna di storia istriana. Biblioteca Annales, Koper/Capodistria, 1993.
L. DECARLI, Origine del dialetto veneto istriano, Trieste 1976.
IDEM, --Il veneto istriano, Guida ai dialetti veneti, vnLVll (1985), pp.91-125.
Fonte:
Marija Nedveš, "Il dialetto istroveneto", La Ricerca n. 31-32 settembre-dicembre 2001.
venerdì 23 gennaio 2009
giovedì 22 gennaio 2009
Biagio Marin. La vita, la poesia
Biagio Marin nasce il 29 giugno 1891 a Grado. Figlio di un oste, rimane orfano di madre nei primi anni di vita e viene allevato dalla nonna paterna. Inizia gli studi a nove anni, a Gorizia, dove frequenta il corso preparatorio, quindi il ginnasio di lingua tedesca, lingua che studia di più dell’italiano, perchè così vuole il piano di studi dell’Impero asburgico. Frequenta poi le Scuole Reali Superiori a Pisino (Istria).
Nel 1911 va a Firenze dove frequenta l’ambiente letterario della "Voce" di Prezzolini: qui incontra scrittori giuliani come lui (Slataper, Giani e Carlo Stuparich, Saba, Giotti), ma anche Jahier, Salvemini, Amendola; approfondisce inoltre la conoscenza della cultura rinascimentale che un grande fascino aveva avuto in lui dai primi studi artistici.
Nel 1912 va a Vienna dove frequenta per due anni la facoltà di filosofia, conosce la musica di Beethoven e Bach, legge autori russi e scandinavi e incontra diverse persone fra cui il pedagogista austriaco Forster, che non poca influenza avrà nelle sue successive scelte di studi e lavoro.
Nel ’14 torna a Firenze dove si fidanza con Pina Marini, che sposerà l’anno successivo e dalla quale avrà quattro figli. Dopo i fatti di Serajevo, è costretto ad assolvere i suoi obblighi militari come suddito asburgico, ma riesce a disertare in Italia, dove vuole arruolarsi come volontario. Ci riuscirà solo dopo Caporetto a causa della tubercolosi che nel frattempo lo aveva colpito.
Finita la Prima Guerra Mondiale si laurea a Roma in filosofia, quindi insegna per due anni filosofia e pedagogia all'istituto magistrale di Gorizia. Lascia però l’insegnamento per contrasti col clero locale: aveva proposto il Vangelo quale testo pedagogico. Fa poi l’ispettore scolastico del mandamento di Gradisca, fino al 1923, anno in cui passa a dirigere (per 14 anni) l’azienda balneare e di cura di Grado; dal 1938 al 1941 torna ad insegnare (letteratura, filosofia e storia a Trieste), quindi (fino al 1956) fa il bibliotecario presso la sede triestina delle Assicurazioni Generali. Profondamente segnato dalla morte del figlio Falco (25 luglio 1943), in Slovenia, nel 1945 entra nel CNL di Trieste, diventandone presidente il 27 aprile. Dal 1968 torna a Grado dove resterà fino alla morte avvenuta nell’85. Fra le raccolte di versi, pubblicate a partire al 1912 con "Fiuri de tapo", segnaliamo: "Le litànie de la Madona" (1949), "Solitàe" (1961), "Elegie istriane" (1963), "In non tempo del mare" (1965), "El mar de l’eterno" (1967), "I canti de l’isola" (1970 - raccoglie tutte le poesie pubblicate fino al 1969), "La vita xe fiama" (1972), "A sol calao" (1974), "El critoleo del corpo fracassao" (1976, dedicata a Pasolini), "In memoria" (1978), "Nel silenzio più teso" (1980), "Poesie" (1981), "La vose de la sera" (1985).
Biagio Marin ha scritto anche versi in italiano (segnaliamo: "Acquamarina" del 1973) e prose; diversi i contributi critici, fra cui quelli di Guagnini, Bo, Pasolini, Serra, Marabini e Magris. Nel centenario della nascita del grande poeta, il critico e scrittore Claudio Marabini ne tracciava un conciso, quanto chiaro e preciso profilo legato al mare. Il 29 giugno (giorno della nascita di Marin), intervenendo al terzo "Faenza Folk Festival" nel 1991, una fra le più importanti manifestazioni poetico-musicali italiane, intitolata - guarda caso - Frontiere di terra e di mare, Marabini così affermava di Marin: "Nel suo dialetto veneto gradese - pieno di luce, cielo, mare - il mare è un mare senza nome, senza confini, disfatto in pura luce. In esso, lui, il poeta, si dissolve come poeta, cantando i luoghi della sua vita, della sua terra. In tutta la poesia dialettale ed italiana, nessun altro ha toccato il mare come Biagio Marin".
É proprio da questo fatto, dal mare, dal rapporto originario e originale con esso che vogliamo parlare di Biagio Marin, poeta di frontiera, e della sua poesia, poesia di mare, ma soprattutto le acque della costa adriatica nord-orientale (dalle valli di Comacchio - tra storia, fiaba e ricordo - alla laguna veneziana nella festa del Redentore, fino, appunto, al mare della Venezia Giulia di Marin). Nella formazione umana e poetica di Biagio Marin, la terra d’origine, il paesaggio che gli ha dato i natali, che ha accolto in particolare la sua infanzia e, poi, dal ‘68 gli ultimi diciotto anni della sua vita, è risultata determinante. Grado, alla fine del secolo scorso era una piccola e isolata isola (non è un gioco di parole) della laguna compresa tra le foci dell’Isonzo e del Tagliamento.
Solo più tardi sarebbe uscita dal suo secolare isolamento diventando una meta turistica prima asburgica, poi veneta e mitteleuropea, quindi un centro commerciale e di pesca collegato alla terraferma e alla vicina Istria. Il mare lagunare di Grado, aperto, sempre in moto ad oriente e a ponente, col santuario di Barbana poco distante; apparentemente immobile a settentrione, con distese di luce a perdersi su acque continuamente mutevoli nei colori e con la pianura friulana estesa oltre Aquileia in lontananza, costituisce il luogo essenziale della poesia di Marin. Il mare è lo spazio infinito da cui il poeta trae ispirazione e nel quale vagare, cercare, scoprire il Tutto, l’unitario Tutto, riconosciuto senso della sua vita e di ogni vita, umana e non. Nel 1980, in una sorta di confessione letteraria, Marin affermò, tra l’altro, che "il mare è stato per me la più pura parola dell’Alterità e la più immediata incarnazione della Divinità. Il cielo, e soprattutto il firmamento, certo, era anche lui parola divina, ma il mare era qualcosa di più. É come l’aria che permette il respiro. Il mare lo vedevo e non solo lo vedevo, ma in esso mi tuffavo, conoscevo i suoi capricci, le sue bellezze le ore meravigliose di "soio" e le ore di tempesta, alla sua vita partecipavo. Del resto i miei genitori erano tutti marinai e noi uscivamo padroni di un trabaccolo col quale io, insieme a mio padre, ho navigato molte volte le coste dell’Istria. Proprio lì, dentro il mio mare ho avuto la prima, più semplice rivelazione della presenza di Dio". Il mare per Marin non si può staccare dalla vita, dalle sue cose, dalle circostanze, dalla realtà, dal vero grande ispiratore della sua poesia: "Dio, el so poeta" (Dio, il suo poeta); Marin riconosce e scopre che la vita è unitaria. Nel bene e nel male "vedeva e sentiva dovunque - come ha richiamato lo scrittore e saggista Claudio Magris -, anche nel dolore e nella morte, la sua unità, la possedeva con inebriata e inquietante sensualità che trovava desiderabile, anche il morire; non solo i gabbiani in volo nel cielo estivo ma anche i gabbiani morti sulla sabbia e avviati a dissolversi, che prendeva in mano quasi con desiderio".
Dentro l’unitarietà della vita c’è la poesia, vista non come qualcosa di separato, di intellettualistico, ma come qualcosa che si "trova dentro". Addirittura, Marin si arrabbiava o si scherniva se qualcuno gli diceva che era lui a scrivere poesie. La poesia "non è costruzione intellettuale, fatto di volontà e di disciplina. Io, molte volte tra la veglia e il sonno, vedo in me molte poesie che poi lascio andare perchè mi secca svegliarmi, ma altrevolte in due minuti fisso nella carta la poesia che ho già trovato in me". Il mare è stato per Marin anche il luogo della pace, della ritrovata serenità, forse per quella prima scoperta, forse per l’intuizione della vita come totalità, soprattutto dopo i grandi momenti di sofferenza passati: dalla morte del figlio Falco (nel ’43, in guerra) al suicidio del nipote Guido nel ’77, dalla scomparsa della moglie Pina nel ’78 alla cecità e quasi sordità sopravvenute negli Anni Settanta. La poesia diventa cioè il luogo del vivere, la sola presenza che valga "Parola, mio solo rifugio", si intitola significativamente una sua raccolta scritta gli inizi degli Anni Ottanta -, nonostante "tutto quello che può cadere addosso a un uomo ingenuo e imprevidente, nessuna amarezza esclusa", come scrisse genialmente Pier Paolo Pasolini. Il poeta resta lì, immerso, "a fare tutt’uno col mare, col cielo, coi gabbiani, coi bambini, con le sabbie, con le paludi, col sole, nel fuoco del sesso che copre il mondo con la sua lava celeste. Pur imparando tutto, il nostro poeta non ha imparato nulla. Ogni volta è come la prima volta" (ancora Pasolini). Non ha paura né dell’amore, né della morte, anzi riesce a parlare di queste senza la mediazione di una lingua che non sente sua (l’Italiano), ma con quella del cuore, quello della terra madre, il veneto gradese, un dialetto suo, che arricchisce di neologismi e con cui esprime la sua "tensione generatrice":
Quanto più moro
presensa
al mondo intermitente
e luse che se spenze, de ponente
tanto più de la vita m’inamoro.
E del sol rîe che fa fiurî l’avril
e del miel che l’ha in boca,
la prima neve che za fioca
sia pur lenta e zentil.
Melodioso l’andâ per strà
de l’anca mola nel menèo
che ondesa comò fa ‘l canèo
nel maistral disteso de l’istà.
Musica in ela
e in duta la persona
che duta quanta sona
de quela zoigia che m’insiela.
Quela musica duta la me intona
la fa de me corente d’aqua viva
che in mar se perde senza riva
e solo el perdimento la ragiona.
(Quanto più muoio / nel mondo / presenza intermittente / e luce che si spegne, da ponente / tanto più nella vita m’innamoro. / E del suo ridere che fa fiorire l’aprile / e del miele che ha in bocca, / la prima neve già fiocca / sia pure lenta e gentile. / melodioso l’andare per istrada / nell’ondulare dell’anca molle / che ondeggia come fa il canneto / nel maestrale disteso dell’estate. / Musica in lei/ e in tutta la persona / che tutta quanta suona / di quella gioia che mi inciela. / Quella musica tutta mi intona / fa di me corrente d’acqua viva / che si perde in mare senza rive / e solo il perdimento suo ragiona ).
All’uomo di oggi, sempre più diviso, indifferente, angosciato, incapace di ascoltare, Marin indica una possibile strada, che nasce "co gera bianco ‘I mar e urleva el vento" (dove era bianco il mare e urlava il vento"), e dove "i pescaùri ha fatto un girlanda dei cuori sovi" (i pescatori hanno fatto una ghirlanda dei loro cuori), perchè ciascuno possa scoprire il senso della vita. Non appartiene solo a Grado il profeta della natura.
Elio Cipriani (Dal sito del "Centro Studi Biagio Marin" di Grado diretto da Edda Serra)
E 'NDEVENO CUSSÌ LE VELE AL VENTO...
E 'ndéveno cussì le vele al vento
lassando drìo de noltri una gran ssia,
co' l'ánema in t'i vogi e 'l cuor contento
sensa pinsieri de manincunia.
Mámole e mas-ci missi zo a pagiol
co' Leto capitano a la rigola;
e 'ndéveno cantando soto 'l sol
canson, che incòra sora 'l mar le sbola.
E l'aqua bronboleva drío 'l timon
e del piasser la deventava bianca
e fin la pena la mandeva un son
fin che la bava no' la gera stanca.
E andavamo così, le vele al vento / lasciando dietro di noi una gran scia, / con l’anima negli occhi e il cuor contento / senza pensieri di malinconia. // Fanciulle e ragazzi seduti giù a pagliolo / con alla barra Leto capitano; / andavamo cantando sotto il sole canzoni / che ancora volano sul mare. // L’acqua ribolliva dietro il timone / e dal piacere diventava bianca, / persino la penna suonava: / fin che la bava non era stanca.
PAESE MIO
Paese mio,
picolo nío
e covo de corcali,
pusào lisiero sora un dosso biondo,
per tu de canti ne faravo un mondo
e mai no finiravo de cantâli.
Per tu 'sti canti a siò che i te 'ncorona
comò un svolo de nuòli matutini
e un solo su la fossa de gno nona
duta coverta d'alti rosmarini.
(da “Cansone picole”, 1927)
PAESE MIO
Paese mio,
/ piccolo nido
/e covo di gabbiani,
/ posato leggero su di un dosso biondo, /
per te di canti ne farei un mondo / e mai non smetterei di cantarli.
// Per te questi canti, perché ti incoronino / come un volo di nuvoli mattutini / e uno solo sulla fossa della nonna mia / tutta coperta di alti rosmarini.
UNA CANSON DE FÉMENA
Una canson de fémena se stende
comò caressa colda sul paese;
el gran silensio fa le maravegie
per quela vose drío de bianche tende.
El vespro setenbrin el gera casto:
fra le case incantàe da la so luse
se sentiva 'na machina de cûse
sbusinâ a mosca drento el sielo vasto.
Inprovisa quel'onda l'ha somerso
duto 'l paese ne la nostalgia:
la vose colda i cuori porta via
nel sielo setenbrin, cristalo terso.
(da “Minudagia”, 1951)
UNA CANZONE DI DONNA
Una canzone di donna si stende / come carezza calda sul paese; / il gran silenzio fa le meraviglie / per quella voce dietro bianche tende. // Il vespro settembrino era casto: / fra le case incantate della sua luce / si sentiva una macchina da cucire / ronzare a mosca entro il cielo vasto. // Improvvisa quell’onda ha sommerso / tutto il paese nella nostalgia: / la voce calda i cuori porta via / nel cielo settembrino, cristallo terso.
Finita la Prima Guerra Mondiale si laurea a Roma in filosofia, quindi insegna per due anni filosofia e pedagogia all'istituto magistrale di Gorizia. Lascia però l’insegnamento per contrasti col clero locale: aveva proposto il Vangelo quale testo pedagogico. Fa poi l’ispettore scolastico del mandamento di Gradisca, fino al 1923, anno in cui passa a dirigere (per 14 anni) l’azienda balneare e di cura di Grado; dal 1938 al 1941 torna ad insegnare (letteratura, filosofia e storia a Trieste), quindi (fino al 1956) fa il bibliotecario presso la sede triestina delle Assicurazioni Generali. Profondamente segnato dalla morte del figlio Falco (25 luglio 1943), in Slovenia, nel 1945 entra nel CNL di Trieste, diventandone presidente il 27 aprile. Dal 1968 torna a Grado dove resterà fino alla morte avvenuta nell’85. Fra le raccolte di versi, pubblicate a partire al 1912 con "Fiuri de tapo", segnaliamo: "Le litànie de la Madona" (1949), "Solitàe" (1961), "Elegie istriane" (1963), "In non tempo del mare" (1965), "El mar de l’eterno" (1967), "I canti de l’isola" (1970 - raccoglie tutte le poesie pubblicate fino al 1969), "La vita xe fiama" (1972), "A sol calao" (1974), "El critoleo del corpo fracassao" (1976, dedicata a Pasolini), "In memoria" (1978), "Nel silenzio più teso" (1980), "Poesie" (1981), "La vose de la sera" (1985).
Biagio Marin ha scritto anche versi in italiano (segnaliamo: "Acquamarina" del 1973) e prose; diversi i contributi critici, fra cui quelli di Guagnini, Bo, Pasolini, Serra, Marabini e Magris. Nel centenario della nascita del grande poeta, il critico e scrittore Claudio Marabini ne tracciava un conciso, quanto chiaro e preciso profilo legato al mare. Il 29 giugno (giorno della nascita di Marin), intervenendo al terzo "Faenza Folk Festival" nel 1991, una fra le più importanti manifestazioni poetico-musicali italiane, intitolata - guarda caso - Frontiere di terra e di mare, Marabini così affermava di Marin: "Nel suo dialetto veneto gradese - pieno di luce, cielo, mare - il mare è un mare senza nome, senza confini, disfatto in pura luce. In esso, lui, il poeta, si dissolve come poeta, cantando i luoghi della sua vita, della sua terra. In tutta la poesia dialettale ed italiana, nessun altro ha toccato il mare come Biagio Marin".
É proprio da questo fatto, dal mare, dal rapporto originario e originale con esso che vogliamo parlare di Biagio Marin, poeta di frontiera, e della sua poesia, poesia di mare, ma soprattutto le acque della costa adriatica nord-orientale (dalle valli di Comacchio - tra storia, fiaba e ricordo - alla laguna veneziana nella festa del Redentore, fino, appunto, al mare della Venezia Giulia di Marin). Nella formazione umana e poetica di Biagio Marin, la terra d’origine, il paesaggio che gli ha dato i natali, che ha accolto in particolare la sua infanzia e, poi, dal ‘68 gli ultimi diciotto anni della sua vita, è risultata determinante. Grado, alla fine del secolo scorso era una piccola e isolata isola (non è un gioco di parole) della laguna compresa tra le foci dell’Isonzo e del Tagliamento.
Solo più tardi sarebbe uscita dal suo secolare isolamento diventando una meta turistica prima asburgica, poi veneta e mitteleuropea, quindi un centro commerciale e di pesca collegato alla terraferma e alla vicina Istria. Il mare lagunare di Grado, aperto, sempre in moto ad oriente e a ponente, col santuario di Barbana poco distante; apparentemente immobile a settentrione, con distese di luce a perdersi su acque continuamente mutevoli nei colori e con la pianura friulana estesa oltre Aquileia in lontananza, costituisce il luogo essenziale della poesia di Marin. Il mare è lo spazio infinito da cui il poeta trae ispirazione e nel quale vagare, cercare, scoprire il Tutto, l’unitario Tutto, riconosciuto senso della sua vita e di ogni vita, umana e non. Nel 1980, in una sorta di confessione letteraria, Marin affermò, tra l’altro, che "il mare è stato per me la più pura parola dell’Alterità e la più immediata incarnazione della Divinità. Il cielo, e soprattutto il firmamento, certo, era anche lui parola divina, ma il mare era qualcosa di più. É come l’aria che permette il respiro. Il mare lo vedevo e non solo lo vedevo, ma in esso mi tuffavo, conoscevo i suoi capricci, le sue bellezze le ore meravigliose di "soio" e le ore di tempesta, alla sua vita partecipavo. Del resto i miei genitori erano tutti marinai e noi uscivamo padroni di un trabaccolo col quale io, insieme a mio padre, ho navigato molte volte le coste dell’Istria. Proprio lì, dentro il mio mare ho avuto la prima, più semplice rivelazione della presenza di Dio". Il mare per Marin non si può staccare dalla vita, dalle sue cose, dalle circostanze, dalla realtà, dal vero grande ispiratore della sua poesia: "Dio, el so poeta" (Dio, il suo poeta); Marin riconosce e scopre che la vita è unitaria. Nel bene e nel male "vedeva e sentiva dovunque - come ha richiamato lo scrittore e saggista Claudio Magris -, anche nel dolore e nella morte, la sua unità, la possedeva con inebriata e inquietante sensualità che trovava desiderabile, anche il morire; non solo i gabbiani in volo nel cielo estivo ma anche i gabbiani morti sulla sabbia e avviati a dissolversi, che prendeva in mano quasi con desiderio".
Dentro l’unitarietà della vita c’è la poesia, vista non come qualcosa di separato, di intellettualistico, ma come qualcosa che si "trova dentro". Addirittura, Marin si arrabbiava o si scherniva se qualcuno gli diceva che era lui a scrivere poesie. La poesia "non è costruzione intellettuale, fatto di volontà e di disciplina. Io, molte volte tra la veglia e il sonno, vedo in me molte poesie che poi lascio andare perchè mi secca svegliarmi, ma altrevolte in due minuti fisso nella carta la poesia che ho già trovato in me". Il mare è stato per Marin anche il luogo della pace, della ritrovata serenità, forse per quella prima scoperta, forse per l’intuizione della vita come totalità, soprattutto dopo i grandi momenti di sofferenza passati: dalla morte del figlio Falco (nel ’43, in guerra) al suicidio del nipote Guido nel ’77, dalla scomparsa della moglie Pina nel ’78 alla cecità e quasi sordità sopravvenute negli Anni Settanta. La poesia diventa cioè il luogo del vivere, la sola presenza che valga "Parola, mio solo rifugio", si intitola significativamente una sua raccolta scritta gli inizi degli Anni Ottanta -, nonostante "tutto quello che può cadere addosso a un uomo ingenuo e imprevidente, nessuna amarezza esclusa", come scrisse genialmente Pier Paolo Pasolini. Il poeta resta lì, immerso, "a fare tutt’uno col mare, col cielo, coi gabbiani, coi bambini, con le sabbie, con le paludi, col sole, nel fuoco del sesso che copre il mondo con la sua lava celeste. Pur imparando tutto, il nostro poeta non ha imparato nulla. Ogni volta è come la prima volta" (ancora Pasolini). Non ha paura né dell’amore, né della morte, anzi riesce a parlare di queste senza la mediazione di una lingua che non sente sua (l’Italiano), ma con quella del cuore, quello della terra madre, il veneto gradese, un dialetto suo, che arricchisce di neologismi e con cui esprime la sua "tensione generatrice":
Quanto più moro
presensa
al mondo intermitente
e luse che se spenze, de ponente
tanto più de la vita m’inamoro.
E del sol rîe che fa fiurî l’avril
e del miel che l’ha in boca,
la prima neve che za fioca
sia pur lenta e zentil.
Melodioso l’andâ per strà
de l’anca mola nel menèo
che ondesa comò fa ‘l canèo
nel maistral disteso de l’istà.
Musica in ela
e in duta la persona
che duta quanta sona
de quela zoigia che m’insiela.
Quela musica duta la me intona
la fa de me corente d’aqua viva
che in mar se perde senza riva
e solo el perdimento la ragiona.
(Quanto più muoio / nel mondo / presenza intermittente / e luce che si spegne, da ponente / tanto più nella vita m’innamoro. / E del suo ridere che fa fiorire l’aprile / e del miele che ha in bocca, / la prima neve già fiocca / sia pure lenta e gentile. / melodioso l’andare per istrada / nell’ondulare dell’anca molle / che ondeggia come fa il canneto / nel maestrale disteso dell’estate. / Musica in lei/ e in tutta la persona / che tutta quanta suona / di quella gioia che mi inciela. / Quella musica tutta mi intona / fa di me corrente d’acqua viva / che si perde in mare senza rive / e solo il perdimento suo ragiona ).
All’uomo di oggi, sempre più diviso, indifferente, angosciato, incapace di ascoltare, Marin indica una possibile strada, che nasce "co gera bianco ‘I mar e urleva el vento" (dove era bianco il mare e urlava il vento"), e dove "i pescaùri ha fatto un girlanda dei cuori sovi" (i pescatori hanno fatto una ghirlanda dei loro cuori), perchè ciascuno possa scoprire il senso della vita. Non appartiene solo a Grado il profeta della natura.
Elio Cipriani (Dal sito del "Centro Studi Biagio Marin" di Grado diretto da Edda Serra)
E 'NDEVENO CUSSÌ LE VELE AL VENTO...
E 'ndéveno cussì le vele al vento
lassando drìo de noltri una gran ssia,
co' l'ánema in t'i vogi e 'l cuor contento
sensa pinsieri de manincunia.
Mámole e mas-ci missi zo a pagiol
co' Leto capitano a la rigola;
e 'ndéveno cantando soto 'l sol
canson, che incòra sora 'l mar le sbola.
E l'aqua bronboleva drío 'l timon
e del piasser la deventava bianca
e fin la pena la mandeva un son
fin che la bava no' la gera stanca.
E andavamo così, le vele al vento / lasciando dietro di noi una gran scia, / con l’anima negli occhi e il cuor contento / senza pensieri di malinconia. // Fanciulle e ragazzi seduti giù a pagliolo / con alla barra Leto capitano; / andavamo cantando sotto il sole canzoni / che ancora volano sul mare. // L’acqua ribolliva dietro il timone / e dal piacere diventava bianca, / persino la penna suonava: / fin che la bava non era stanca.
PAESE MIO
Paese mio,
picolo nío
e covo de corcali,
pusào lisiero sora un dosso biondo,
per tu de canti ne faravo un mondo
e mai no finiravo de cantâli.
Per tu 'sti canti a siò che i te 'ncorona
comò un svolo de nuòli matutini
e un solo su la fossa de gno nona
duta coverta d'alti rosmarini.
(da “Cansone picole”, 1927)
PAESE MIO
Paese mio,
/ piccolo nido
/e covo di gabbiani,
/ posato leggero su di un dosso biondo, /
per te di canti ne farei un mondo / e mai non smetterei di cantarli.
// Per te questi canti, perché ti incoronino / come un volo di nuvoli mattutini / e uno solo sulla fossa della nonna mia / tutta coperta di alti rosmarini.
UNA CANSON DE FÉMENA
Una canson de fémena se stende
comò caressa colda sul paese;
el gran silensio fa le maravegie
per quela vose drío de bianche tende.
El vespro setenbrin el gera casto:
fra le case incantàe da la so luse
se sentiva 'na machina de cûse
sbusinâ a mosca drento el sielo vasto.
Inprovisa quel'onda l'ha somerso
duto 'l paese ne la nostalgia:
la vose colda i cuori porta via
nel sielo setenbrin, cristalo terso.
(da “Minudagia”, 1951)
UNA CANZONE DI DONNA
Una canzone di donna si stende / come carezza calda sul paese; / il gran silenzio fa le meraviglie / per quella voce dietro bianche tende. // Il vespro settembrino era casto: / fra le case incantate della sua luce / si sentiva una macchina da cucire / ronzare a mosca entro il cielo vasto. // Improvvisa quell’onda ha sommerso / tutto il paese nella nostalgia: / la voce calda i cuori porta via / nel cielo settembrino, cristallo terso.
virgilio Giotti, quando il triestino diventa lingua di poesia
Virgilio Giotti nasce a Trieste il 15 gennaio del 1885 da Riccardo Schönbeck e da Emilia Gheotto, da cui il nome d'arte. Portato al disegno frequenterà la Scuola Industriale, dalla quale uscirono varie generazioni di pittori e scultori triestini. Nel 1907, per evitare il servizio militare sotto l'Austria, fugge a Firenze dove conosce Scipio Slataper, i fratelli Stuparich, Alberto Spaini e Biagio Marin. A San Felice in Val d'Ema, non lontano da Firenze, nel 1911 incontra Nina Schekotoff, originaria di Mosca e ne fa la compagna della sua vita. In Toscana nascono i suoi tre figli: Tanda nel 1913, Paolo nel '15 e Franco nel '19. Per vivere viaggia in Valtellina, in Carnia, in Svizzera a vendere giocattoli e oggetti artigianali toscani. Inizia a scrivere in dialetto triestino nel 1909. A Firenze l'editore Gonnelli gli pubblica nel 1914 il Piccolo canzoniere in dialetto triestino la raccolta delle poesie composte tra il 1909 e il 1912. Torna a Trieste nel 1919 e va ad abitare in periferia, a Montebello, in via La Marmora 34 (vi rimarrà fino alla fine dei suoi giorni). In quegli anni apre una botteguccia di giornali in Cittavecchia che durerà un anno. Gli amici gli trovano un impiego alla Lega Nazionale. Incontra quotidianamente Saba, Stuparich, il pittore Bolaffio e il giovanissimo Roberto Bazlen. Nel 1920 la Libreria Antica e Moderna di Saba pubblica le sue poesie e prose in lingua, scritte tra il 1916 e il 1919, con il titolo Il mio cuore e la mia casa. Nel 1928 per le edizioni di Solaria escono Caprizzi, canzonete e storie. Nel 1930 Giotti è assunto nell'amministrazione dell'Ospedale Maggiore come avventizio e tale resterà fino al pensionamento nel 1957. Nel 1931, presso l'editore fiorentino Parenti, esce la sua quarta opera, Liriche e idilli, che raccoglie le nuove poesie in lingua scritte tra il 1920 e il 1924, nonché il gruppo di poesie dell'edizione triestina Il mio cuore e la mia casa. Escono altre liriche su varie riviste nazionali: "Circoli", "Lirica", "Solaria", "Ateneo Veneto" e nel 1941, presso l'editore Parenti, escono le poesie composte tra il 1928 e il 1936, con il titolo Colori. Nel 1943, per le edizioni Le tre Venezie, esce l'opera completa delle poesie in dialetto, composte dal 1909 al 1943, per la quale raccolta egli mantiene il titolo Colori. Al centro della sua opera si situa il dramma della scomparsa in Russia dei due figli, Paolo e Franco, nel corso dell'ultima guerra. La vicenda era resa ancora più tragica dal fatto che la loro madre era russa. Nei mesi che precedettero la fine, intercorse un fitto scambio epistolare con il padre (pubblicato poi nel 2005 con il titolo Lettere al padre, dialogo tra Virgilio Giotti e i figli durante la campagna di Russia per Il Ramo d'Oro Editore), che resta un altissimo documento umano e civile, non privo peraltro di un notevolissimo interesse letterario, come sottolinea, nell'introduzione al volume che raccoglie le loro lettere, Cesare Segre. Le poesie del padre ci offrono un prezioso riscontro sulla sua opera in versi, anticipando quegli Appunti inutili (il diario uscirà postumo nel 1959 per Lo Zibaldone di Anita Pittoni), nati nel dopoguerra, che Pasolini definirà un capolavoro del Novecento e Giani Stuparich, nel breve testo introduttivo a quelle pagine scriverà: "Confesso d'aver letto la prima volta queste pagine di diario con la gola serrata e con un forte stringimento di cuore..." Nel 1946 due amici triestini Emilio Dolfi e Manlio Malabotta pubblicano in poco più di 100 esemplari Sera, che raccoglie le poesie scritte tra il 1943 e il 1946; l'opera verrà ristampata nel 1948 dall'editore torinese De Silva. Nel 1949, in soli 25 esemplari fuori commercio, escono le Poesie per Carlota, composte tra il 30 giugno e il 4 luglio del 1949. L'ultima raccolta di liriche, Versi, sarà pubblicata da Lo Zibaldone nel 1953. Nel giugno del 1957 l'Accademia dei Lincei gli conferisce il premio "Feltrinelli" per la poesia. La raccolta di tutte le sue poesie (tranne le Poesie per Carlota), Colori, pubblicata dall'editore Ricciardi e di cui il poeta farà appena in tempo a correggere le bozze, uscirà postuma.
Virgilio Giotti muore a Trieste il 21 settembre 1957.
Da Versi (Trieste, 1953) Vècia mòglie
La xe in leto, nel scuro, svea un poco;
e la senti el respiro del marì
che queto dormi, vècio anca lui ‘desso.
E la pensa: xe bel sintirse arente ‘
’sto respiro de lui, sintir nel scuro
che’el xe là, no èsser soli ne la vita.
La pensa: el scuro fa paura; forsi
parché morir xe andar ‘n un grando scuro.
‘Sto qua la pensa; e la scolta quel quieto
respiro ancora, e no’ la ga paura
nò del scuro, nò de la vita, gnanca
no del morir, quel che a tuti ghe ‘riva.
Virgilio Giotti muore a Trieste il 21 settembre 1957.
Da Versi (Trieste, 1953) Vècia mòglie
La xe in leto, nel scuro, svea un poco;
e la senti el respiro del marì
che queto dormi, vècio anca lui ‘desso.
E la pensa: xe bel sintirse arente ‘
’sto respiro de lui, sintir nel scuro
che’el xe là, no èsser soli ne la vita.
La pensa: el scuro fa paura; forsi
parché morir xe andar ‘n un grando scuro.
‘Sto qua la pensa; e la scolta quel quieto
respiro ancora, e no’ la ga paura
nò del scuro, nò de la vita, gnanca
no del morir, quel che a tuti ghe ‘riva.
Velma: Un fim con Gianmarco Tognazzi in maranese
de Bruno Rossetto Doria
Velma
L’ano passò i gera vignùi a domandame se podevo traduse in maranese el mediometragio "Velma". El gera stò pensò e scrito dal regista Piero Tomaselli, un zovene de Servignan che ’l se ga formò a Roma, drento la Nuct de Cinecità.
Tomaselli el veva de svilupalo in forma senegiata e co i xe vignùi a sercame, sol el pensier de fa cognosse mèjo el nostro paese e la nostra parlada fora de Maran, ghe vevo dito indruman de sì.
Piero el veva insielto Maran, parché el se gera inamorò del nostro palùo, de le isole Sant’Andrea e Marineta, de l’oasi, de i casuni, par no parlà del paese e de la zente maranese. ’Mo tacò lavorà e semo ’ndài vanti un bel tòco posta giustà i discursi in maranese. Anca co i aturi Giorgio Monte, Emanuele Buttus, Gianmarco Tognazzi e quìi altri ciamài a fa qualchi tòco, ’mo lavorò par mete insieme le batùe, insielze quele che suneva mèjo in maranese.
Mancheva sol de tacà a girà el mediometragio. Gera de vènere, gerévomo drio tornà de la Marineta e in scafo se veva deciso de scuminsià luni, parché doménega sarissi rivada la cinepresa de Bologna. Piero ghe gera rivada na telefonada e el gera deventò de colpo bianco: la lo viseva che la Region e la banca i veva tajò el contributo e i veva dito che se ne riparleva forsi l’ano dopo. A bordo gera come che i ne vissi sparò, che i vissi copò qualchidun. Vévomo studiò i giughi par zurni, metùo posto el casòn, speso fadighe e movùo zente par gnente. Na telefonada la xe bastada par mandà a l’aria duto. Co Maran se ’mo lassài, avilìi, credévomo che romai "Velma" la sarissi stada na roba insumiada. Co in magio de sto ano Piero Tomaselli el me ga telefonò de tignì pronto el scafo, parché in setenbre vévomo de scuminsià girà el cine, no me pareva gnanca vero, saltevo de contentessa par elo e anca par quìi zùvini de la trup, che romài i gera deventài come de fameja.
"Velma" xe na storia ’sai triste tocada al Capitano (inpersonò da Giorgio Monte), un pescaòr maranese che, persa la fia e la mujer t’un bruto incidente el gera ’ndò fora de testa. Persi i semenài, veva tacò daghe fastidio duto e duti, e cussì el gera ’ndò vive sol a casòn. Là podeva ’ndà trovalo sol Manuel un zovene maranese un giosso stranbo, che ‘l ’ndèva cioghe el pesse e vèndeghelo par cronpaghe de magnà e le sigarete.
La storia la conta che el Capitano quela note no ’l gera stò bon de serà ocio colpa del mar grosso, del pensier che ’l veva calò la rete massa rente la spiaza. La matina dopo el sintiva ancora le onde che le sbateva e cussì, montò in batela, invissi de ’ndà fora in mar vogando, la veva ligada sul pontil a bonassa de la marineta. Capitano el gera ’ndò a pìe par vede ’ndove che gera ’ndada sbate la rete, ma somejèva come che ’l savissi là che la gera, dato che ’pena fora i sterpi el gera ’ndò sbate col naso parsora el maso de lore. Strassinàe in spiaza con le onde, le passelere le gera dute piene de gransèle e de gramài. Avilìo con la testa sbassada el Capitano el veva tacò a fa una in massada e, metùa in banda dopo finìa, prima de ciò sù un’altra, alsada la testa el vidi i cocài che un giosso più in là, i gera drio magnà e barufà tra de luri. El credeva che i fussi drio magnà un pesse de quìi grandi ma ghe gera vignùi i sgrìssuli ’pena visto smove un brasseto che ‘l sercheva de parà via i cocài. El gera ’ndò de corsa a fali scanpà, butasse in sdinociòn pa paràla de luri. El brasseto el gera de na fiola che la rispireva ancora. La veva qualchi becòn su i brassi, ma la gera ancora viva.
La se lamentèva ma no la gera bona de parlà gnanca na parola. Distrigada de la rete, ciolta in brasso la cicia, el gera drio portala in batela co el veva sintùo el motoscafo. Sensa gnanca savè el parché el se gera metùo a core drio i sterpi inserca de scondesse. Gera i carbinieri de Lignan, che forsi i ’ndeva vede de la fiola. No lo ga visto nissun e, na volta menada a casòn con la batela, el decidi de tignila posta che la ghe fassa conpagnìa. Trovada oro la velma in spaza, parché no la parleva, che no ’l saveva come ciamala, el ghe veva dò nome "Velma".
I primi zurni, el gera duto rabioso con ela parché no la parleva, che cussì no la ghe feva conpagnìa. El Capitano el ghe salteva sù, la ruspèva de cativo anca se no la feva gnente. Po’, pian pianin, tra elo e la fiola gera nato e cressùo un grando afeto, tanto grando che, in ultima, co al Capitano ghe ciapa el mal de ’ndà oltra, dopo che lo veva jutò a strassinasse sul giogo che ’l ndeva senpre a pregà in scondòn, Velma no la xe bona de lassalo sòl, la speta insieme che crissi l’aqua e la decidi de ’ndà de oltra con elo.
Velma
L’ano passò i gera vignùi a domandame se podevo traduse in maranese el mediometragio "Velma". El gera stò pensò e scrito dal regista Piero Tomaselli, un zovene de Servignan che ’l se ga formò a Roma, drento la Nuct de Cinecità.
Tomaselli el veva de svilupalo in forma senegiata e co i xe vignùi a sercame, sol el pensier de fa cognosse mèjo el nostro paese e la nostra parlada fora de Maran, ghe vevo dito indruman de sì.
Piero el veva insielto Maran, parché el se gera inamorò del nostro palùo, de le isole Sant’Andrea e Marineta, de l’oasi, de i casuni, par no parlà del paese e de la zente maranese. ’Mo tacò lavorà e semo ’ndài vanti un bel tòco posta giustà i discursi in maranese. Anca co i aturi Giorgio Monte, Emanuele Buttus, Gianmarco Tognazzi e quìi altri ciamài a fa qualchi tòco, ’mo lavorò par mete insieme le batùe, insielze quele che suneva mèjo in maranese.
Mancheva sol de tacà a girà el mediometragio. Gera de vènere, gerévomo drio tornà de la Marineta e in scafo se veva deciso de scuminsià luni, parché doménega sarissi rivada la cinepresa de Bologna. Piero ghe gera rivada na telefonada e el gera deventò de colpo bianco: la lo viseva che la Region e la banca i veva tajò el contributo e i veva dito che se ne riparleva forsi l’ano dopo. A bordo gera come che i ne vissi sparò, che i vissi copò qualchidun. Vévomo studiò i giughi par zurni, metùo posto el casòn, speso fadighe e movùo zente par gnente. Na telefonada la xe bastada par mandà a l’aria duto. Co Maran se ’mo lassài, avilìi, credévomo che romai "Velma" la sarissi stada na roba insumiada. Co in magio de sto ano Piero Tomaselli el me ga telefonò de tignì pronto el scafo, parché in setenbre vévomo de scuminsià girà el cine, no me pareva gnanca vero, saltevo de contentessa par elo e anca par quìi zùvini de la trup, che romài i gera deventài come de fameja.
"Velma" xe na storia ’sai triste tocada al Capitano (inpersonò da Giorgio Monte), un pescaòr maranese che, persa la fia e la mujer t’un bruto incidente el gera ’ndò fora de testa. Persi i semenài, veva tacò daghe fastidio duto e duti, e cussì el gera ’ndò vive sol a casòn. Là podeva ’ndà trovalo sol Manuel un zovene maranese un giosso stranbo, che ‘l ’ndèva cioghe el pesse e vèndeghelo par cronpaghe de magnà e le sigarete.
La storia la conta che el Capitano quela note no ’l gera stò bon de serà ocio colpa del mar grosso, del pensier che ’l veva calò la rete massa rente la spiaza. La matina dopo el sintiva ancora le onde che le sbateva e cussì, montò in batela, invissi de ’ndà fora in mar vogando, la veva ligada sul pontil a bonassa de la marineta. Capitano el gera ’ndò a pìe par vede ’ndove che gera ’ndada sbate la rete, ma somejèva come che ’l savissi là che la gera, dato che ’pena fora i sterpi el gera ’ndò sbate col naso parsora el maso de lore. Strassinàe in spiaza con le onde, le passelere le gera dute piene de gransèle e de gramài. Avilìo con la testa sbassada el Capitano el veva tacò a fa una in massada e, metùa in banda dopo finìa, prima de ciò sù un’altra, alsada la testa el vidi i cocài che un giosso più in là, i gera drio magnà e barufà tra de luri. El credeva che i fussi drio magnà un pesse de quìi grandi ma ghe gera vignùi i sgrìssuli ’pena visto smove un brasseto che ‘l sercheva de parà via i cocài. El gera ’ndò de corsa a fali scanpà, butasse in sdinociòn pa paràla de luri. El brasseto el gera de na fiola che la rispireva ancora. La veva qualchi becòn su i brassi, ma la gera ancora viva.
La se lamentèva ma no la gera bona de parlà gnanca na parola. Distrigada de la rete, ciolta in brasso la cicia, el gera drio portala in batela co el veva sintùo el motoscafo. Sensa gnanca savè el parché el se gera metùo a core drio i sterpi inserca de scondesse. Gera i carbinieri de Lignan, che forsi i ’ndeva vede de la fiola. No lo ga visto nissun e, na volta menada a casòn con la batela, el decidi de tignila posta che la ghe fassa conpagnìa. Trovada oro la velma in spaza, parché no la parleva, che no ’l saveva come ciamala, el ghe veva dò nome "Velma".
I primi zurni, el gera duto rabioso con ela parché no la parleva, che cussì no la ghe feva conpagnìa. El Capitano el ghe salteva sù, la ruspèva de cativo anca se no la feva gnente. Po’, pian pianin, tra elo e la fiola gera nato e cressùo un grando afeto, tanto grando che, in ultima, co al Capitano ghe ciapa el mal de ’ndà oltra, dopo che lo veva jutò a strassinasse sul giogo che ’l ndeva senpre a pregà in scondòn, Velma no la xe bona de lassalo sòl, la speta insieme che crissi l’aqua e la decidi de ’ndà de oltra con elo.
Il gradese, lingua non riconosciuta. Di A. C. Marocco
IL DIALETTO DELL’ISOLA DI GRADO:
DAL POETA, PATRIOTA E PROFESSORE SEBASTIANO SCARAMUZZA
AL GRANDE POETA BIAGIO MARIN
E ALLA LITURGIA.
Sull’importante tema dell’interesse e validità attuali e passati del dialetto gradese Augusto C. Marocco ha inviato il seguente contributo conoscitivo a Telecapodistria, che recentemente ha messo in onda un servizio culturale sul tema e contemporaneamente ha mandato una copia per la pubblicazione sul sito www.grado-online.net che molto volentieri pubblichiamo.
"Premesso che il dialetto di Grado viene da sempre, e quindi anche oggi, correntemente parlato in famiglia e nei rapporti sociali (compresi gli uffici pubblici), per cui si tratta di una parlata che svolge tuttora la sua insostituibile funzione di trasmettitore culturale e delle tradizioni locali, desidererei farne qui, per voi che tra gli altri vostri impegni ve ne occupate e per coloro cui possa interessare, una breve presentazione. Vorrei soprattutto ricordare, ancorché sinteticamente, come questo dialetto, che è vitale per l’Isola d’Oro, si sia in pratica estrinsecato nel secolo appena trascorso, articolandosi in analisi e studi ed esperienze artistiche.
La parlata gradese è stata tenuta a battesimo con un prestigioso saggio da parte di Graziadio Isaia Ascoli alla fine dell’Ottocento, su segnalazione del professore gradese Sebastiano Scaramuzza cui si deve sull’argomento un accorato studio giovanile. In seguito all’uscita (1912) di Fiuri de tapo, il primo libro di B. Marin, viene pubblicata da Emilio Mulitsch una sua ricerca fonologica sulla silloge. Nel secolo scorso è anche uscito (1970) uno studio completo del professor Manlio Cortelazzo e un altro parimenti importante (1980) del professor Giuseppe Francescato, cui nello stesso anno si aggiunge una fondamentale ricerca e analisi del professor Giovanni Frau circa i toponimi gradesi del centro abitato e, si badi, della laguna. Le forme del gradese sono state tratteggiate anche da me in un libretto (1983), che affronta in modo "facile" i temi grammaticali nell’inento di renderli maggiormente accessibili. Quindi è uscito ancora un altro lavoro grammaticale (1988) scritto da Ferruccio De Grassi. Ci sono anche un saggio di glossario (1979) e un vocabolario (1995) rispettivamente di L: Deluisa e A. Corbatto. Innumerevoli sono altri saggi e articoli pubblicati.
Sul gradese scritto, soprattutto in poesia, c’è una produzione davvero oceanica. Oltre ai primi documenti in Caprin (1890), il già citato Scaramuzza (versi, prose e traduzioni dal greco) e Domenico Marchesini (anch’egli versi e prose), abbiamo l’astro di Biagio Marin, proposto per il Premio Nobel, che davvero nella sue liriche ha dato dignità di lingua alla nostra parlata dall’inizio alla fine del sec. XX: egli ha consegnato alla storia un vero indelebile monumento alla Poesia e alla graisanità. Inoltre tantissimi sono i cosiddetti "minori", taluni anche da notare come Giovanni Siata, Mauro Marchesan, Salvatore Degrassi, Lucio Degrassi, Edy Tonon, Antonio Zentilin, ecc., mentre il popolo da oltre cinquant’anni, oggi con patrón Aldo Regolin, si organizza un proprio festival della canzone (le migliori della passerella rimangono poi nel patrimonio di tutti e vengono cantate alle feste, come quelle con i testi di Giacomo Zuberti ad esempio, di Mario Pigo e Mario Boemo, di Onorio Dissette, di Enzo Italia e Alberto Camuffo, con tantissimi altri meritevoli di citazione, compresi i musicisti da Attilio Gordini a Dante Marchesan e Nandi Sumann, da Matteo Olivotto a Ferruccio Tognon, da E.A. Martino e Gino Zuliani a Seba). Possiamo oggi anche parlare di un teatro gradese con il binomio Svettini e Giovanni Stiata e con bravissimi attori quali Giglio Boemo e Nevio Scaramuzza. Si pensi che prima della guerra avevamo anche un trovatore, ricordato come Piero Canàro, che inventava lí per lí alla chitarra le sue canzoni e filastrocche; e anche ai nostri tempi vi sono dei veri artisti, autori di testi in gradese doc e musiche pieni di pathos e tragica ironia popolana come Ciano Siego e Tronbài. Ci sono perfino autori non gradesi, che il dialetto lo hanno voluto studiare e poi hanno saputo metterlo ottimamente in pratica, come il triestino Aurelio Ciacchi e il friulano Lelo Cjanton.
Negli ultimi anni la nostra parlata, per la prima volta nella storia, si è volta verso i testi sacri, con la mia traduzione in gradese della S. Messa propria dei Patroni, la cui Sequenza è stata declamata nel nostro Duomo (Basilica di Sant’Eufemia) durante la solenne celebrazione dei Santi martiri Ermacora e Fortunato alla presenza delle autorità cittadine, e del Te Deum, recitato, in simbiosi con il popolo, direttamente dal compianto mons. Silvano Fain, che espressamente mi aveva chiesto di tradurre. Infine, allo scopo di celebrare il Giubileo 2000 ricordando il monsignore scomparso e salutando l’ingresso a Grado del nuovo Arciprete mons. Armando Zorzin, è da poco uscito un libro con la traduzione in gradese del Vangelo di San Marco, pure da me curata. Anche brani del vangelo in gradese sono stati letti in Duomo durante solenni e appropriate funzioni. Mi è inoltre assai gradito poter qui annunciare che sto lavorando da anni su tre diversi progetti riguardanti il nostro dialetto e la sua genesi: ciò per sottolineare che c’è sempre qualcuno a Grado che vuole fare qualcosa affinché non vada perduto nel tempo questo atavico tesoro della gente.
A conclusione vorrei dire che, ancorché non si possa parlare di una vera e propria lingua formalmente riconosciuta, siamo tuttavia sulla buona strada, visti anche i presuppoosti qui pur brevemente enumerati. Sicuramente ci troviamo di fronte a un dialetto con caratteri originali suoi propri, distinti da quelli del circondario e parlato in un territorio assai ben delimitato.
Augusto C. Marocco
DAL POETA, PATRIOTA E PROFESSORE SEBASTIANO SCARAMUZZA
AL GRANDE POETA BIAGIO MARIN
E ALLA LITURGIA.
Sull’importante tema dell’interesse e validità attuali e passati del dialetto gradese Augusto C. Marocco ha inviato il seguente contributo conoscitivo a Telecapodistria, che recentemente ha messo in onda un servizio culturale sul tema e contemporaneamente ha mandato una copia per la pubblicazione sul sito www.grado-online.net che molto volentieri pubblichiamo.
"Premesso che il dialetto di Grado viene da sempre, e quindi anche oggi, correntemente parlato in famiglia e nei rapporti sociali (compresi gli uffici pubblici), per cui si tratta di una parlata che svolge tuttora la sua insostituibile funzione di trasmettitore culturale e delle tradizioni locali, desidererei farne qui, per voi che tra gli altri vostri impegni ve ne occupate e per coloro cui possa interessare, una breve presentazione. Vorrei soprattutto ricordare, ancorché sinteticamente, come questo dialetto, che è vitale per l’Isola d’Oro, si sia in pratica estrinsecato nel secolo appena trascorso, articolandosi in analisi e studi ed esperienze artistiche.
La parlata gradese è stata tenuta a battesimo con un prestigioso saggio da parte di Graziadio Isaia Ascoli alla fine dell’Ottocento, su segnalazione del professore gradese Sebastiano Scaramuzza cui si deve sull’argomento un accorato studio giovanile. In seguito all’uscita (1912) di Fiuri de tapo, il primo libro di B. Marin, viene pubblicata da Emilio Mulitsch una sua ricerca fonologica sulla silloge. Nel secolo scorso è anche uscito (1970) uno studio completo del professor Manlio Cortelazzo e un altro parimenti importante (1980) del professor Giuseppe Francescato, cui nello stesso anno si aggiunge una fondamentale ricerca e analisi del professor Giovanni Frau circa i toponimi gradesi del centro abitato e, si badi, della laguna. Le forme del gradese sono state tratteggiate anche da me in un libretto (1983), che affronta in modo "facile" i temi grammaticali nell’inento di renderli maggiormente accessibili. Quindi è uscito ancora un altro lavoro grammaticale (1988) scritto da Ferruccio De Grassi. Ci sono anche un saggio di glossario (1979) e un vocabolario (1995) rispettivamente di L: Deluisa e A. Corbatto. Innumerevoli sono altri saggi e articoli pubblicati.
Sul gradese scritto, soprattutto in poesia, c’è una produzione davvero oceanica. Oltre ai primi documenti in Caprin (1890), il già citato Scaramuzza (versi, prose e traduzioni dal greco) e Domenico Marchesini (anch’egli versi e prose), abbiamo l’astro di Biagio Marin, proposto per il Premio Nobel, che davvero nella sue liriche ha dato dignità di lingua alla nostra parlata dall’inizio alla fine del sec. XX: egli ha consegnato alla storia un vero indelebile monumento alla Poesia e alla graisanità. Inoltre tantissimi sono i cosiddetti "minori", taluni anche da notare come Giovanni Siata, Mauro Marchesan, Salvatore Degrassi, Lucio Degrassi, Edy Tonon, Antonio Zentilin, ecc., mentre il popolo da oltre cinquant’anni, oggi con patrón Aldo Regolin, si organizza un proprio festival della canzone (le migliori della passerella rimangono poi nel patrimonio di tutti e vengono cantate alle feste, come quelle con i testi di Giacomo Zuberti ad esempio, di Mario Pigo e Mario Boemo, di Onorio Dissette, di Enzo Italia e Alberto Camuffo, con tantissimi altri meritevoli di citazione, compresi i musicisti da Attilio Gordini a Dante Marchesan e Nandi Sumann, da Matteo Olivotto a Ferruccio Tognon, da E.A. Martino e Gino Zuliani a Seba). Possiamo oggi anche parlare di un teatro gradese con il binomio Svettini e Giovanni Stiata e con bravissimi attori quali Giglio Boemo e Nevio Scaramuzza. Si pensi che prima della guerra avevamo anche un trovatore, ricordato come Piero Canàro, che inventava lí per lí alla chitarra le sue canzoni e filastrocche; e anche ai nostri tempi vi sono dei veri artisti, autori di testi in gradese doc e musiche pieni di pathos e tragica ironia popolana come Ciano Siego e Tronbài. Ci sono perfino autori non gradesi, che il dialetto lo hanno voluto studiare e poi hanno saputo metterlo ottimamente in pratica, come il triestino Aurelio Ciacchi e il friulano Lelo Cjanton.
Negli ultimi anni la nostra parlata, per la prima volta nella storia, si è volta verso i testi sacri, con la mia traduzione in gradese della S. Messa propria dei Patroni, la cui Sequenza è stata declamata nel nostro Duomo (Basilica di Sant’Eufemia) durante la solenne celebrazione dei Santi martiri Ermacora e Fortunato alla presenza delle autorità cittadine, e del Te Deum, recitato, in simbiosi con il popolo, direttamente dal compianto mons. Silvano Fain, che espressamente mi aveva chiesto di tradurre. Infine, allo scopo di celebrare il Giubileo 2000 ricordando il monsignore scomparso e salutando l’ingresso a Grado del nuovo Arciprete mons. Armando Zorzin, è da poco uscito un libro con la traduzione in gradese del Vangelo di San Marco, pure da me curata. Anche brani del vangelo in gradese sono stati letti in Duomo durante solenni e appropriate funzioni. Mi è inoltre assai gradito poter qui annunciare che sto lavorando da anni su tre diversi progetti riguardanti il nostro dialetto e la sua genesi: ciò per sottolineare che c’è sempre qualcuno a Grado che vuole fare qualcosa affinché non vada perduto nel tempo questo atavico tesoro della gente.
A conclusione vorrei dire che, ancorché non si possa parlare di una vera e propria lingua formalmente riconosciuta, siamo tuttavia sulla buona strada, visti anche i presuppoosti qui pur brevemente enumerati. Sicuramente ci troviamo di fronte a un dialetto con caratteri originali suoi propri, distinti da quelli del circondario e parlato in un territorio assai ben delimitato.
Augusto C. Marocco
mercoledì 21 gennaio 2009
I linguaggi parlati nel Friuli Venezia Giulia
Composizione plurilingue del territorio del Friuli Venezia Giulia
Luogo di incontro e di intersezione delle tre grandi civiltà europee, quella
latina, quella germanica e quella slava, il Friuli Venezia Giulia rappresenta
un'area linguistico-culturale complessa nella quale, accanto alla lingua
italiana (nella sua forma standard e nelle sue varianti regionali), convivono altri
idiomi romanzi, slavi e germanici che fanno del territorio regionale un vero e
proprio microcosmo plurilingue.
Le principali varietà romanze ‘native’ sono rispettivamente il friulano,
che rappresenta la variante orientale di un autonomo tipo linguistico (il ladino),
e il veneto, praticato sia nella forma ‘coloniale’ tipica della Venezia Giulia e
dei principali centri urbani del Friuli sia sotto forma di adstrato sia infine, ad
esempio nelle località lagunari, come parlata di antico insediamento. Per
quanto riguarda la componente slavofona, esistono compatti territori di
espressione slovena a ridosso del confine nelle province di Trieste e Gorizia
oltre a varie comunità disseminate nella provincia di Udine, nelle valli del
Natisone (Slavia Veneta) e del Torre e nella Val Resia, nella Val Canale e nel
Tarvisiano; isole linguistiche tedesche infine si annoverano in provincia di
Udine a Timau, nel territorio del comune di Paluzza, e a Sauris. Si devono poi
fare i conti con l'italiano regionale, che costituisce ormai la modalità
espressiva di larghe cerchie di parlanti non più dialettofoni. Questo articolato
insieme di tipi idiomatici concorre a delineare, come si vede, un panorama
linguistico ben più ricco di quanto si pensi, nel quale trovano posto oggi anche
molte lingue straniere, come riflesso della composizione multietnica della
società di oggi.
Per quanto riguarda in modo specifico il repertorio linguistico di area
friulana, esso si presenta molto articolato e non rientra perfettamente né nel
bilinguismo né negli schemi della diglossia.
Dal punto di vista del n u m e r o delle varietà praticate, una prima
specificità è l'esistenza in Friuli di una diffusa condizione trilingue, che
comporta cioè la presenza, accanto all'italiano e friulano, di una o più varianti
di dialetto veneto. Nei centri maggiori del Friuli (Udine, Palmanova,
Cervignano ecc.) il repertorio linguistico dei parlanti - ed in particolare di
quanti appartengano a determinati strati sociali come borghesia e commercianti
- può infatti arricchirsi di una terza varietà, un tipo di veneto ‘coloniale’,
ereditato dalla dominazione veneziana, che divide con l'italiano il ruolo di
lingua di prestigio; va peraltro osservato che, dopo un certo periodo di notevole
‘tenuta’, questa varietà sta conoscendo una certa regressione, a vantaggio
dell'altra lingua positivamente connotata in senso sociale, ossia l'italiano. In
altre zone del Friuli (nel Pordenonese e a ridosso della province di Venezia,
Belluno e Treviso) la presenza del veneto dipende da vicinanza geografica; in
taluni casi può affiancarsi al friulano in altri anche soppiantarlo nell'uso.
Dal punto di vista del t i p o d i r e g i m e b i l i n g u e , ci si pone il
problema se il rapporto tra friulano e italiano ovvero tra veneto e italiano
aderisca più agli schemi del bilinguismo ovvero a quelli della diglossia
(naturalmente laddove convivono l'una accanto all'altra tutte e tre le varietà,
l'alternativa si porrà fra trilinguismo e triglossia). Qui la risposta è di necessità
articolata: se fino a qualche tempo fa probabilmente si doveva parlare di
diglossia, in quanto i due codici erano nettamente separati nel repertorio dei
parlanti ed assolvevano a funzioni complementari (le pratiche comunicative
formali erano esclusivamente affidate all'italiano; il friulano per contro era
tipicamente ristretto alla conversazione familiare, alla comunicazione fra amici
e con persone note), oggi il rapporto tra italiano e friulano è meglio
interpretabile in termini di bilinguismo in quanto possono intervenire parziali
sovrapposizioni e coincidenze funzionali: da una parte infatti il friulano, anche
sotto la spinta di fenomeni di autoidentificazione e di ‘lealtà linguistica’, è
praticato in una certa misura come mezzo espressivo anche al livello della
comunicazione pubblica e della scrittura letteraria; dall'altra l'italiano,
diventando lingua nativa di larghe cerchie di parlanti, estende il suo spazio
comunicativo anche a quei domini informali che in passato erano di pertinenza
delle varietà locali.
1. Friulano
- Ambito di diffusione
Ai fini della determinazione dell'area linguistica friulana, bisogna tenere conto
della distinzione tra Friuli storico e attuale configurazione della regione
friulanofona. Così se storicamente il limite occidentale dell'area linguistica di
espressione friulana coincideva con il corso del Fiume Livenza (fino al 1838 ad
esempio il territorio di Portogruaro era nella giurisdizione del Friuli), tale
confine "si è poi modificato nei secoli successivi, rendendo difficile individuare
una linea di separazione precisa fra il dominio del friulano e quello
del veneto" (Anna Maria Boileau, I gruppi linguistici nella Regione Friuli-
Venezia Giulia, in IRRSAE 2001, 2, p. 8); analogamente ad est di tipo friulano
era la parlata preveneta di Trieste e Muggia sopravvissuta fino agli inizi del
XIX secolo. Oggi il friulano è effettivamente parlato nelle province di Udine,
Gorizia e Pordenone; oltre che in alcune propaggini della provincia di Venezia
(comuni di Lugugnana e Bevazzana).
- Vitalità
Secondo stime di massima (la più recente è quella desumibile dalla Ricerca
sulla condizione sociolinguistica del friulana, Udine 2001, curata da Linda
Picco e coordinata da Raimondo Strassoldo), in rapporto a un bacino potenziale
calcolato in 715.000 abitanti, il friulano è effettivamente praticato dal 57,2%
della popolazione residente, pari a circa 430.000 parlanti.
-Varietà di friulano
Secondo l'analisi di Francescato 1982a, pp. 65-67 è possibile distinguere fra le
seguenti varietà:
a) friulano "centrale";
b) varietà goriziana;
c) tipo carnico;
d) tipo della Carnia occidentale "che si incontra nella valle del Degano con le
sue diramazioni e nella valle d'Arzino" (p. 66);
e) friulano occidentale.
Sono considerate varietà atipiche l'area di Forni di Sotto e Forni Sopra (esposta
a modelli venetizzanti), l'alta valle del Cellina con il dialetto di Erto.
2. Parlate venete praticate nel territorio del Friuli Venezia Giulia
All?interno del territorio del Friuli Venezia Giulia sono praticate anche
delle varietà venete riconducibili a diverse matrici.
2.1 Varietà venete di antico insediamento
Sono da considerare tali da una parte le parlate di Grado e Marano
Lagunare e dall'altra il cosiddetto bisiacco, che costituiscono "probabilmente la
diretta continuazione del tardo latino locale" (Francescato).
I dialetti di Grado e Marano sono riusciti a conservare la loro impronta
dialettale veneta nonostante la prossimità con la terraferma di espressione
compattamente friulana (a ridosso di Grado e Marano ci sono infatti
rispettivamente Aquileia e Carlino che sono centri friulanofoni); a proposito
delle varietà gradese e maranese si è parlato di ‘veneto lagunare’ (Carla
Marcato) sia per l'ambito geografico sia per la connessione storica con
l'insieme degli analoghi centri che si distribuiscono lungo tutto l'arco lagunare
alto-adriatico fino a Chioggia.
Per quanto riguarda il bisiacco (localmente bisiàc), è praticato nella
parte meridionale della provincia di Gorizia, il cosiddetto Territorio, con centro
di riferimento Monfalcone. Tuttavia il bisiacco vero e proprio non si parla in
questa cittadina (dove, semmai, si usa una sorta di triestino o un bisiacco
talmente contaminato da elementi triestini che non si può più definire tale), "ma
nel suo entroterra, in un triangolo che ha per lati il Golfo di Panzano, il corso
dell'Isonzo dalla foce (Sdobba) fino a Sagrado e la cresta collinare, con cui
termina l'altipiano carsico ... sino alle porte di Monfalcone stessa" (Doria 1986,
p. 481 della rist.). Sulla scia di Pellis 1930, Zamboni conferma la delimitazione
dell'area dialettale bisiacca col triangolo Sagrado - San Canzian d'Isonzo -
Monfalcone e la segnala come meglio conservata nei centri di Pieris, Begliano
e Fogliano. Nel complesso, in base alla classificazione di Pfister, i comuni
compresi nell'area dialettale bisiacca sono Monfalcone, Staranzano, Ronchi dei
Legionari, San Canzian d'Isonzo, Turriaco, San Pier d'Isonzo, Fogliano
Redipuglia e Sagrado, tutti in provincia di Gorizia. Circa l'origine di tale
varietà, c'è chi l'ha attribuita ad una sovrapposizione del veneto su un idioma di
ceppo friulano (Pellis) e c'è invece chi (Crevatin 1978), sulla base di nuovi e
più ampi materiali, avanza l'ipotesi "che esso possa piuttosto essere il risultato
finale di una parlata veneta autoctona storicamente legata alla costante presenza
veneziana" (Ursini 1988, p. 542).
2.2 Veneto di 'contatto'
Tra il Tagliamento e il Livenza, nel Friuli occidentale ed in particolare
lungo la fascia di confine veneto-friulana (oggetto delle indagini condotte da
Lüdtke nel 1957) troviamo un modello veneto irradiato da località adiacenti (è
giudicato prossimo a quello parlato in territorio trevigiano-bellunese), e dunque
dovuto a diretto contatto linguistico.
Il confine linguistico tra area venetofona e area friulanofona passa lungo
la linea Montereale Valcellina - Giais - Aviano - Dardago - Budoia -
Mezzomonte - Polcenigo - Vigonovo - Fontanafredda - Palse lasciando fuori
Sacile e Sarone.
Si devono in particolare considerare i dialetti cosiddetti veneto-friulani,
sistemi ibridi parlati in una fascia che "parte sotto l'altipiano del Cansiglio, alle
sorgenti del Livenza, ed include Polcenigo, Budoia, Aviano (con le
relativefrazioni), Vigonovo, Fontanafredda, Palse (in comune di Porcia), ipaesi
compresi tra Pordenone e Azzano Decimo (ad esempio Cimpello), Bannia,
Pescincanna e Farturlongo in Comune di Fiume Veneto, Chions con Villotta,
Bagnarola" (Rizzolatti 1996).
Una posizione particolare spetta infine alla parlata veneta della città di
Pordenone che negli strati sociali alti esibisce un veneto di tipo veneziano e
nelle classi medio-basse si avvicina a quella trevigiana (Marcato 2001, p. 46).
2.3 Veneto 'coloniale'
Con l'aggettivo ‘coloniale’ si intendono quelle varietà di veneto che, in
quanto praticate in aree non contigue a quelle in cui il veneto è nativo, non
devono la loro diffusione a un contatto geografico ma al prestigio che Venezia,
con la sua classe dirigente, aveva saputo irradiare al di fuori dei propri confini
in seguito alla supremazia della Serenissima (ci riferiamo in particolare al
periodo compreso fra il 1420 e il 1797 quando il Friuli centro-occidentale si
trovava nella giurisdizione della Repubblica di Venezia). Si tratta di varietà per
così dire ‘paracadutate’ dall'alto dal momento che "il rapporto tra friulano e
veneto non avviene in questo caso attraverso il contatto tra due comunità che
parlano i loro dialetti popolari, cioè diciamo attraverso un contatto orizzontale,
ma attraverso un contatto per così dire verticale, attraverso un processo di
acquisizione, da parte delle classi sociali più interessate alla mobilità, di una
varietà socialmente più prestigiosa in quanto parlata dai ceti dirigenti del Friuli,
di origine veneziana" (Vanelli 2000, p. 259).
Nel Friuli udinese le varietà venete coloniali sono radicate soprattutto nei
centri urbani, in particolare nel capoluogo (il veneto corrente a Udine prende il
nome di veneto udinese o semplicemente udinese) ma anche nei centri
intermedi come Palmanova, Spilimbergo, Codroipo.
Appartiene alle varietà di tipo ‘coloniale’ anche l'attuale dialetto
triestino, il quale soppiantò il vecchio idioma di tipo friulano parlato al suo
posto fin verso il 1830 ed al quale, per distinguerlo dal "triestino moderno" (o
semplicemente "triestino"), Graziadio Isaia Ascoli (Saggi ladini, 1873, p. 479)
applicò la denominazione di tergestino.
A sua volta il veneto di tipo triestino, muovendo dal capoluogo giuliano,
tocca Monfalcone e poi, risalendo il corso dell'Isonzo attraverso l'area bisiacca
(Ronchi, Pieris, Sagrado ecc.), raggiunge la città di Gorizia per esaurirsi infine
nei dintorni del centro isontino "(a sud-est di Cormons) dove incontra il tipo
veneto della “koiné” udinese" (Francescato 1964; rist. 1970, p. 61).
3. Sloveno
La presenza di una minoranza slovena nello Stato italiano risale
all'annessione delle "Province della Venezia", conseguente al trattato di pace
del 3 ottobre 1866, che, al termine della III Guerra d'indipendenza, incluse nei
confini del regno anche gli abitanti della "Slavia veneta". La modesta
consistenza numerica dell'insediamento e il clima culturale poco propenso alla
valorizzazione delle culture minoritarie, fece sì che fino alla prima guerra
mondiale il gruppo rimanesse del tutto privo di tutela giuridica.
Gli equilibri sarebbero cambiati alla fine della prima guerra mondiale
quando entrarono a far parte dello Stato italiano da una parte l'area linguistica
slovena della Val Canale in provincia di Udine e dall'altra soprattutto la ben più
cospicua popolazione di lingua slovena della Venezia Giulia. Si pose da allora
con forza il problema dell'identità slovena all'interno della comunità italiana;
fortemente contrastata nel periodo del fascismo, la comunità slovena ha
gradualmente guadagnato una ben precisa posizione nel secondo dopoguerra
fino al recente riconoscimento legislativo attuato con la legge n. 38 del 2001.
Lo sloveno è parlato, con diversi gradi di tutela e di vitalità, nelle
province di Trieste, Gorizia e Udine.
Nella provincia di Trieste troviamo la parlata slovena nel centro della
città, nella periferia (Chiarbola, Servola, Guardiella, Barcola, Gretta, Scorcola,
Roiana) e nelle frazioni del comune di Trieste (Santa Croce sopra Trieste,
Prosecco, Contovello,Villa Opicina, Trebiciano, Basovizza), nonché nei
comuni attorno a Trieste (S. Dorligo della Valle, Duino-Aurisina, Sgonicco,
Monrupino).
Nella provincia di Gorizia la parlata slovena vive ancora nei sobborghi
della città e nell'area collinare a nord del capoluogo (Collio).
Per la provincia di Udine parlate di ceppo sloveno resistono nella Val
Canale, in Val Resia, nelle valli del Torre e del Natisone; è doveroso mettere in
evidenza la complessa situazione della Val Canale dove convivono elementi
linguistici del mondo romanzo, germanico e slavo rappresentando l'unico caso
in cui si incontrano queste tre culture.
In assenza di un censimento linguistico generalizzato (il quesito
sull'appartenenza linguistica, previsto fino al 1961 per la sola provincia di
Trieste, non è stato più proposto nei successivi censimenti), una
quantificazione della popolazione di lingua slovena è difficile; essa è tuttavia è
calcolabile con buona approssimazione tra un minimo di 50 e un massimo di
100 mila persone.
1)
Tradizionalmente interpretato come continuazione del lat. bis aquae "con allusione al fatto che l'area si trova
tra i fiumi Timavo e Isonzo" (la formulazione è ripresa da Marcato 2002, p. 342, n. 119), il termine va più
probabilmente riconnesso con it. bislacco, con allusione a una parlata stentata, o con slov. bezjak "stupido" o
meglio nella specifica valenza di "profugo, fuggitivo", magari con riferimeno alle "popolazioni che si sono
trasferite o rifugiate in queste terre per sfuggire a guerre o invasioni" (Vicario 2005, p. 30).
(Il testo si trova in http://www.orioles.it/materiali/pn/Plurilinguismo_Friul)
Luogo di incontro e di intersezione delle tre grandi civiltà europee, quella
latina, quella germanica e quella slava, il Friuli Venezia Giulia rappresenta
un'area linguistico-culturale complessa nella quale, accanto alla lingua
italiana (nella sua forma standard e nelle sue varianti regionali), convivono altri
idiomi romanzi, slavi e germanici che fanno del territorio regionale un vero e
proprio microcosmo plurilingue.
Le principali varietà romanze ‘native’ sono rispettivamente il friulano,
che rappresenta la variante orientale di un autonomo tipo linguistico (il ladino),
e il veneto, praticato sia nella forma ‘coloniale’ tipica della Venezia Giulia e
dei principali centri urbani del Friuli sia sotto forma di adstrato sia infine, ad
esempio nelle località lagunari, come parlata di antico insediamento. Per
quanto riguarda la componente slavofona, esistono compatti territori di
espressione slovena a ridosso del confine nelle province di Trieste e Gorizia
oltre a varie comunità disseminate nella provincia di Udine, nelle valli del
Natisone (Slavia Veneta) e del Torre e nella Val Resia, nella Val Canale e nel
Tarvisiano; isole linguistiche tedesche infine si annoverano in provincia di
Udine a Timau, nel territorio del comune di Paluzza, e a Sauris. Si devono poi
fare i conti con l'italiano regionale, che costituisce ormai la modalità
espressiva di larghe cerchie di parlanti non più dialettofoni. Questo articolato
insieme di tipi idiomatici concorre a delineare, come si vede, un panorama
linguistico ben più ricco di quanto si pensi, nel quale trovano posto oggi anche
molte lingue straniere, come riflesso della composizione multietnica della
società di oggi.
Per quanto riguarda in modo specifico il repertorio linguistico di area
friulana, esso si presenta molto articolato e non rientra perfettamente né nel
bilinguismo né negli schemi della diglossia.
Dal punto di vista del n u m e r o delle varietà praticate, una prima
specificità è l'esistenza in Friuli di una diffusa condizione trilingue, che
comporta cioè la presenza, accanto all'italiano e friulano, di una o più varianti
di dialetto veneto. Nei centri maggiori del Friuli (Udine, Palmanova,
Cervignano ecc.) il repertorio linguistico dei parlanti - ed in particolare di
quanti appartengano a determinati strati sociali come borghesia e commercianti
- può infatti arricchirsi di una terza varietà, un tipo di veneto ‘coloniale’,
ereditato dalla dominazione veneziana, che divide con l'italiano il ruolo di
lingua di prestigio; va peraltro osservato che, dopo un certo periodo di notevole
‘tenuta’, questa varietà sta conoscendo una certa regressione, a vantaggio
dell'altra lingua positivamente connotata in senso sociale, ossia l'italiano. In
altre zone del Friuli (nel Pordenonese e a ridosso della province di Venezia,
Belluno e Treviso) la presenza del veneto dipende da vicinanza geografica; in
taluni casi può affiancarsi al friulano in altri anche soppiantarlo nell'uso.
Dal punto di vista del t i p o d i r e g i m e b i l i n g u e , ci si pone il
problema se il rapporto tra friulano e italiano ovvero tra veneto e italiano
aderisca più agli schemi del bilinguismo ovvero a quelli della diglossia
(naturalmente laddove convivono l'una accanto all'altra tutte e tre le varietà,
l'alternativa si porrà fra trilinguismo e triglossia). Qui la risposta è di necessità
articolata: se fino a qualche tempo fa probabilmente si doveva parlare di
diglossia, in quanto i due codici erano nettamente separati nel repertorio dei
parlanti ed assolvevano a funzioni complementari (le pratiche comunicative
formali erano esclusivamente affidate all'italiano; il friulano per contro era
tipicamente ristretto alla conversazione familiare, alla comunicazione fra amici
e con persone note), oggi il rapporto tra italiano e friulano è meglio
interpretabile in termini di bilinguismo in quanto possono intervenire parziali
sovrapposizioni e coincidenze funzionali: da una parte infatti il friulano, anche
sotto la spinta di fenomeni di autoidentificazione e di ‘lealtà linguistica’, è
praticato in una certa misura come mezzo espressivo anche al livello della
comunicazione pubblica e della scrittura letteraria; dall'altra l'italiano,
diventando lingua nativa di larghe cerchie di parlanti, estende il suo spazio
comunicativo anche a quei domini informali che in passato erano di pertinenza
delle varietà locali.
1. Friulano
- Ambito di diffusione
Ai fini della determinazione dell'area linguistica friulana, bisogna tenere conto
della distinzione tra Friuli storico e attuale configurazione della regione
friulanofona. Così se storicamente il limite occidentale dell'area linguistica di
espressione friulana coincideva con il corso del Fiume Livenza (fino al 1838 ad
esempio il territorio di Portogruaro era nella giurisdizione del Friuli), tale
confine "si è poi modificato nei secoli successivi, rendendo difficile individuare
una linea di separazione precisa fra il dominio del friulano e quello
del veneto" (Anna Maria Boileau, I gruppi linguistici nella Regione Friuli-
Venezia Giulia, in IRRSAE 2001, 2, p. 8); analogamente ad est di tipo friulano
era la parlata preveneta di Trieste e Muggia sopravvissuta fino agli inizi del
XIX secolo. Oggi il friulano è effettivamente parlato nelle province di Udine,
Gorizia e Pordenone; oltre che in alcune propaggini della provincia di Venezia
(comuni di Lugugnana e Bevazzana).
- Vitalità
Secondo stime di massima (la più recente è quella desumibile dalla Ricerca
sulla condizione sociolinguistica del friulana, Udine 2001, curata da Linda
Picco e coordinata da Raimondo Strassoldo), in rapporto a un bacino potenziale
calcolato in 715.000 abitanti, il friulano è effettivamente praticato dal 57,2%
della popolazione residente, pari a circa 430.000 parlanti.
-Varietà di friulano
Secondo l'analisi di Francescato 1982a, pp. 65-67 è possibile distinguere fra le
seguenti varietà:
a) friulano "centrale";
b) varietà goriziana;
c) tipo carnico;
d) tipo della Carnia occidentale "che si incontra nella valle del Degano con le
sue diramazioni e nella valle d'Arzino" (p. 66);
e) friulano occidentale.
Sono considerate varietà atipiche l'area di Forni di Sotto e Forni Sopra (esposta
a modelli venetizzanti), l'alta valle del Cellina con il dialetto di Erto.
2. Parlate venete praticate nel territorio del Friuli Venezia Giulia
All?interno del territorio del Friuli Venezia Giulia sono praticate anche
delle varietà venete riconducibili a diverse matrici.
2.1 Varietà venete di antico insediamento
Sono da considerare tali da una parte le parlate di Grado e Marano
Lagunare e dall'altra il cosiddetto bisiacco, che costituiscono "probabilmente la
diretta continuazione del tardo latino locale" (Francescato).
I dialetti di Grado e Marano sono riusciti a conservare la loro impronta
dialettale veneta nonostante la prossimità con la terraferma di espressione
compattamente friulana (a ridosso di Grado e Marano ci sono infatti
rispettivamente Aquileia e Carlino che sono centri friulanofoni); a proposito
delle varietà gradese e maranese si è parlato di ‘veneto lagunare’ (Carla
Marcato) sia per l'ambito geografico sia per la connessione storica con
l'insieme degli analoghi centri che si distribuiscono lungo tutto l'arco lagunare
alto-adriatico fino a Chioggia.
Per quanto riguarda il bisiacco (localmente bisiàc), è praticato nella
parte meridionale della provincia di Gorizia, il cosiddetto Territorio, con centro
di riferimento Monfalcone. Tuttavia il bisiacco vero e proprio non si parla in
questa cittadina (dove, semmai, si usa una sorta di triestino o un bisiacco
talmente contaminato da elementi triestini che non si può più definire tale), "ma
nel suo entroterra, in un triangolo che ha per lati il Golfo di Panzano, il corso
dell'Isonzo dalla foce (Sdobba) fino a Sagrado e la cresta collinare, con cui
termina l'altipiano carsico ... sino alle porte di Monfalcone stessa" (Doria 1986,
p. 481 della rist.). Sulla scia di Pellis 1930, Zamboni conferma la delimitazione
dell'area dialettale bisiacca col triangolo Sagrado - San Canzian d'Isonzo -
Monfalcone e la segnala come meglio conservata nei centri di Pieris, Begliano
e Fogliano. Nel complesso, in base alla classificazione di Pfister, i comuni
compresi nell'area dialettale bisiacca sono Monfalcone, Staranzano, Ronchi dei
Legionari, San Canzian d'Isonzo, Turriaco, San Pier d'Isonzo, Fogliano
Redipuglia e Sagrado, tutti in provincia di Gorizia. Circa l'origine di tale
varietà, c'è chi l'ha attribuita ad una sovrapposizione del veneto su un idioma di
ceppo friulano (Pellis) e c'è invece chi (Crevatin 1978), sulla base di nuovi e
più ampi materiali, avanza l'ipotesi "che esso possa piuttosto essere il risultato
finale di una parlata veneta autoctona storicamente legata alla costante presenza
veneziana" (Ursini 1988, p. 542).
2.2 Veneto di 'contatto'
Tra il Tagliamento e il Livenza, nel Friuli occidentale ed in particolare
lungo la fascia di confine veneto-friulana (oggetto delle indagini condotte da
Lüdtke nel 1957) troviamo un modello veneto irradiato da località adiacenti (è
giudicato prossimo a quello parlato in territorio trevigiano-bellunese), e dunque
dovuto a diretto contatto linguistico.
Il confine linguistico tra area venetofona e area friulanofona passa lungo
la linea Montereale Valcellina - Giais - Aviano - Dardago - Budoia -
Mezzomonte - Polcenigo - Vigonovo - Fontanafredda - Palse lasciando fuori
Sacile e Sarone.
Si devono in particolare considerare i dialetti cosiddetti veneto-friulani,
sistemi ibridi parlati in una fascia che "parte sotto l'altipiano del Cansiglio, alle
sorgenti del Livenza, ed include Polcenigo, Budoia, Aviano (con le
relativefrazioni), Vigonovo, Fontanafredda, Palse (in comune di Porcia), ipaesi
compresi tra Pordenone e Azzano Decimo (ad esempio Cimpello), Bannia,
Pescincanna e Farturlongo in Comune di Fiume Veneto, Chions con Villotta,
Bagnarola" (Rizzolatti 1996).
Una posizione particolare spetta infine alla parlata veneta della città di
Pordenone che negli strati sociali alti esibisce un veneto di tipo veneziano e
nelle classi medio-basse si avvicina a quella trevigiana (Marcato 2001, p. 46).
2.3 Veneto 'coloniale'
Con l'aggettivo ‘coloniale’ si intendono quelle varietà di veneto che, in
quanto praticate in aree non contigue a quelle in cui il veneto è nativo, non
devono la loro diffusione a un contatto geografico ma al prestigio che Venezia,
con la sua classe dirigente, aveva saputo irradiare al di fuori dei propri confini
in seguito alla supremazia della Serenissima (ci riferiamo in particolare al
periodo compreso fra il 1420 e il 1797 quando il Friuli centro-occidentale si
trovava nella giurisdizione della Repubblica di Venezia). Si tratta di varietà per
così dire ‘paracadutate’ dall'alto dal momento che "il rapporto tra friulano e
veneto non avviene in questo caso attraverso il contatto tra due comunità che
parlano i loro dialetti popolari, cioè diciamo attraverso un contatto orizzontale,
ma attraverso un contatto per così dire verticale, attraverso un processo di
acquisizione, da parte delle classi sociali più interessate alla mobilità, di una
varietà socialmente più prestigiosa in quanto parlata dai ceti dirigenti del Friuli,
di origine veneziana" (Vanelli 2000, p. 259).
Nel Friuli udinese le varietà venete coloniali sono radicate soprattutto nei
centri urbani, in particolare nel capoluogo (il veneto corrente a Udine prende il
nome di veneto udinese o semplicemente udinese) ma anche nei centri
intermedi come Palmanova, Spilimbergo, Codroipo.
Appartiene alle varietà di tipo ‘coloniale’ anche l'attuale dialetto
triestino, il quale soppiantò il vecchio idioma di tipo friulano parlato al suo
posto fin verso il 1830 ed al quale, per distinguerlo dal "triestino moderno" (o
semplicemente "triestino"), Graziadio Isaia Ascoli (Saggi ladini, 1873, p. 479)
applicò la denominazione di tergestino.
A sua volta il veneto di tipo triestino, muovendo dal capoluogo giuliano,
tocca Monfalcone e poi, risalendo il corso dell'Isonzo attraverso l'area bisiacca
(Ronchi, Pieris, Sagrado ecc.), raggiunge la città di Gorizia per esaurirsi infine
nei dintorni del centro isontino "(a sud-est di Cormons) dove incontra il tipo
veneto della “koiné” udinese" (Francescato 1964; rist. 1970, p. 61).
3. Sloveno
La presenza di una minoranza slovena nello Stato italiano risale
all'annessione delle "Province della Venezia", conseguente al trattato di pace
del 3 ottobre 1866, che, al termine della III Guerra d'indipendenza, incluse nei
confini del regno anche gli abitanti della "Slavia veneta". La modesta
consistenza numerica dell'insediamento e il clima culturale poco propenso alla
valorizzazione delle culture minoritarie, fece sì che fino alla prima guerra
mondiale il gruppo rimanesse del tutto privo di tutela giuridica.
Gli equilibri sarebbero cambiati alla fine della prima guerra mondiale
quando entrarono a far parte dello Stato italiano da una parte l'area linguistica
slovena della Val Canale in provincia di Udine e dall'altra soprattutto la ben più
cospicua popolazione di lingua slovena della Venezia Giulia. Si pose da allora
con forza il problema dell'identità slovena all'interno della comunità italiana;
fortemente contrastata nel periodo del fascismo, la comunità slovena ha
gradualmente guadagnato una ben precisa posizione nel secondo dopoguerra
fino al recente riconoscimento legislativo attuato con la legge n. 38 del 2001.
Lo sloveno è parlato, con diversi gradi di tutela e di vitalità, nelle
province di Trieste, Gorizia e Udine.
Nella provincia di Trieste troviamo la parlata slovena nel centro della
città, nella periferia (Chiarbola, Servola, Guardiella, Barcola, Gretta, Scorcola,
Roiana) e nelle frazioni del comune di Trieste (Santa Croce sopra Trieste,
Prosecco, Contovello,Villa Opicina, Trebiciano, Basovizza), nonché nei
comuni attorno a Trieste (S. Dorligo della Valle, Duino-Aurisina, Sgonicco,
Monrupino).
Nella provincia di Gorizia la parlata slovena vive ancora nei sobborghi
della città e nell'area collinare a nord del capoluogo (Collio).
Per la provincia di Udine parlate di ceppo sloveno resistono nella Val
Canale, in Val Resia, nelle valli del Torre e del Natisone; è doveroso mettere in
evidenza la complessa situazione della Val Canale dove convivono elementi
linguistici del mondo romanzo, germanico e slavo rappresentando l'unico caso
in cui si incontrano queste tre culture.
In assenza di un censimento linguistico generalizzato (il quesito
sull'appartenenza linguistica, previsto fino al 1961 per la sola provincia di
Trieste, non è stato più proposto nei successivi censimenti), una
quantificazione della popolazione di lingua slovena è difficile; essa è tuttavia è
calcolabile con buona approssimazione tra un minimo di 50 e un massimo di
100 mila persone.
1)
Tradizionalmente interpretato come continuazione del lat. bis aquae "con allusione al fatto che l'area si trova
tra i fiumi Timavo e Isonzo" (la formulazione è ripresa da Marcato 2002, p. 342, n. 119), il termine va più
probabilmente riconnesso con it. bislacco, con allusione a una parlata stentata, o con slov. bezjak "stupido" o
meglio nella specifica valenza di "profugo, fuggitivo", magari con riferimeno alle "popolazioni che si sono
trasferite o rifugiate in queste terre per sfuggire a guerre o invasioni" (Vicario 2005, p. 30).
(Il testo si trova in http://www.orioles.it/materiali/pn/Plurilinguismo_Friul)
martedì 20 gennaio 2009
Racconti nella parlata veneta di Marano Lagunare
PASQUA DE SESSANTA ANI FA
Gera un Sabo Santo e se vigniva a casa co le barche bele pulìe, e se vogheva forte par no perde el Gloria e anca par bagnasse i oci; l'aria la gera profumada de aleghe, piene de oxigeno, pa'l palmo ogni tanto se vedeva le prime sisìle che le riveva stanche, ogni tanto qualche pavègia sbruntàda dal vento l'andeva a riposà sui fiuri; in te'l siél se sintiva l'alegro canto de le lòdole che le ringrassieva el Signor volando senpre più in delto. "Pasqua, vogia o no vogia la vien co la fogia", cussì ne conteva i nostri veci e nantre, prima de mete i pìe par tera, par ringrassià el Signor par tanta salute che 'l ne ga dò in te la prima stagion de l'ano, se andeva pa'i àlziri a ciò i primi fiuri bianchi e faghe un bel masso e portaghelo a la mama, ela lo ganbieva con tanti basi e con vuvi coti de duti i culuri, par 'ndà in te'l indoman in piassa a ziogà co 'na mesa palànca.
A Pasqua le mame le ne conteva la Passión de Cristo e dopo scalsi se andéva par la strada tirando le caéne del fughér par lustrale ma, anca, par ciapasse qualche palanca in più de la paga e fa ben la festa.
Le mame le ne diseva ancora: vìssere de le me vìssere, no ste andà pa'le strade descalsi, che podè ciapà qualche malan e po biniditi fantulini xe ancora fresculìn, e pronto el nono el diseva: "Xe marso, chi no ga scarpe el po andà scalso", e nantre via de corsa tirando la corda con tacàe le caéne. Gera tanto bel anca el Venere Santo. A la sera dopo la predica de la Passión, quando che se conpagneva le prossessión pa'le vie iluminàe, ricordo ancora i bei altarini co la crose bianca e l'agnelìn che 'l ciameva só mare povareto, el gera pien de paura par i rumuri dei raculùni, de le ràcole e dei batitàcoli e lu no 'l podeva mòvese de l'altarìn, parchè el gera ligò e alora i fioi pìculi i vignìva in cusìna con le só mare par tocàlo e caressàlo.
A Pasqua, 'na volta dopo la Messa de le nove se andéva in ostarìa o da la "Binte" o da la "Ridischina" e se magnéva i bisàti friti con vin bianco e pan de quel bón e, cussì, se andéva presto in glòria.
Domenico Tempo, 1980, Marano Lagunare
Era un Sabato Santo e si ritornava a casa con le barche belle pulite, e si remava forte per non perdersi il Gloria ed anche per potersi bagnare gli occhi; l'aria odorava d'alghe, piene d'ossigeno, ogni tanto si vedevano le prime rondini che arrivavano stanche, ogni tanto qualche farfalla sospinta dal vento andava a riposarsi sui fiori; nel cielo si udiva allegro il canto delle allodole che ringraziavano il Signore volando sempre più in alto. "Pasqua, voglia o non voglia arriva con la foglia", così ci raccontavano i nostri vecchi e noi, prima di posare i piedi a terra, per ringraziare il Signore per tutta la salute che ci aveva dato nella prima stagione dell'anno, andavamo lungo gli argini a prendere i primi fiori bianchi per farne un bel mazzo e portarlo alla mamma: lei ricambiava con tanti baci e uova sode dipinte con tanti colori diversi, per andare all'indomani in piazza a giocare con un mezzo soldino.
A Pasqua le mamme ci raccontavano la storia della Passione di Cristo e poi, scalzi, andavamo per le strade trascinando le catene del focolare per pulirle dalla caligine ma, anche, per avere qualche soldino in più di paga per passare bene quei giorni di festa.
Le mamme ci dicevano ancora: creature, non andate per le strade scalzi, che rischiate di farvi male e poi, bambini cari, fuori fa ancora fresco; allora pronto il nonno gli rispondeva: "È marzo, chi non ha scarpe vada scalzo", e noi via di corsa tirando la corda a cui erano attaccate le catene. Era bellissimo anche il Venerdì Santo.
Alla sera dopo la predica sulla Passione, quando si seguiva le processioni lungo le vie illuminate, ricordo ancora i bei altarini con la croce bianca e l'agnellino che chiamava sua madre, poverino; era pieno di paura sentendo il frastuono delle raganelle di legno mentre lui non poteva muoversi dall'altarino, perché legato, e allora i bambini più piccoli venivano in cucina con le loro madri per toccarlo ed accarezzarlo.
A Pasqua, un tempo dopo la Messa delle nove si andava in osteria o dalla "Binte" o dalla "Ridischina" e si mangiavano le anguille fritte con il vino bianco di quello buono e così, ben presto, eravamo tutti allegri.
in http://www.bassafriulana.org/cultura/ass-culturali/ad_undecimum/annuari/annuario05/testipdf/La%20storia%20de%20na%20pessivendola.pdf.
La storia de ‘na pessivendola
Quando le gera ancora in vita go racolto diverse storie da le pessivendole de
‘na volta che volentieri le se conteva parché protagoniste, el ricordo de quìi
tinpi anca se precari le inànemeva. Gera storie de duro lavor, de fadighe dignitose
afrontàe senpre cò un grando corajo e ‘na granda fede, certe de vè vesto
senpre vissìn un sicuro aiuto da parte de Dio e de la Madona de la Salute.
Sta qua la me xe stada contada da la siora Marcella Z. classe 1905, che a 15
ani come tante zovenete dequìi tinpi la gera stada aviada al mistier de vende
pesse, da so mare. «Partiva con altre conpagne e done de ‘na certa età,
-la me spiega- fevomo la strada a pie e col bigòl, cò do sisti in banda, un
par gancio, sisti pìini de pesse cò la zonta de cualchi Kilo de cape o caparosso-
li, merce che comprevomo in pescarìa. Le strade, benedeta fia, no le gera miga
come quele de ‘desso, ma piene de goduli, polvere, buse d’ogni stiata, te pol
imaginà cò quanta fadiga ‘ndevomo ‘vanti pà rivà in t’el paese ‘ndove che ve-
vomo de vende sto pesse. Capiteva a volte che se sintìvomo tanto stanche –la
continua- e alora fevomo ‘na sosta o anca un pisoloto de sora un leto de piu-
me.
“Un leto de piume?” –ghe domando mi, tanto incuriosìa- e ela la me spiega
subito che le se metèva insima a grumi de giara (ghiaia): “sto qua el gera el
nostro leto de piume”- la me stiarissi soridendo.
Dopo vè fato un toco de strada insìeme, te ga de savè che a un certo punto
se dividevomo, ogni una de naltre la ‘ndeva in t’un paese diverso, mi ‘ndevo a
Gonars, ‘ndove che gera ‘ndò par tanti ani me mare, pà rivà vevo de fà 20 Km.
In sto paese i me ciameva “Marcela. Le fie di Dusuline”, son stada anca fortu-
nada parché ne i ani 1920 e anca dopo, schei ne circoleva puchi, ma a Gonars
essendo un paese de artigiani de calsaùre, dato che la zente la lavoreva, schei
anca se puchi ghe ne gera, cussì no go vesto problemi de vendita, chi no veva
schei de pagame in ganbio del pesse i me deva roba de magnà: farina, carna-
me, vuvi de cortìl, o verdure de orto e sto sganbiolo fasevo volentieri, cussì
portevo a casa roba par sfamà la fameia. L’unica merce che fevo fadiga a vende
gera i caparossoli. Sti qua li ciapèva me marìo, xe sucesso che un zorno no
gero riussìa a vindìli e par no portali indrìo son ‘ndada in t’un altro paese e qua
me son trovada cò ‘na me paesana che la gera pessivendola come mi. ‘Vendo
intuìo el motivo da la me presensa la me ga subito dito:
“parché te vien vende pesse qua, no te sa che sto paese el xe mio?”.
“Che siora che te xe – ghe go risposto- se mi fussi parona de un paese, ven-
darissi ‘na casa al zorno e farissi la vita de ‘na gran signora”. Duto se ga ri-
solto ragionando e la facenda la se ga concluso cò ‘na ridada anca de le clienti
che sensa volè le veva scoltò el nostro discorso.
Quando che nel 1928-29 de inverno se ga ingelò duto el palùo (laguna),
tanto che i zùvini i sbrissoleva sul giasso fin a Lignan, la miseria a Maran la
gera deventada ‘tristeria’. Ma te ga de savè –la continua a contame- che certe
persone a Gonars, ‘vendo savesto de sta granda ingiassada no le se ga dismen-
tegò de me mare e de mi e le se ‘veva fato presenti mandandone roba de magnà,
pur savendo che naltre a causa de sto ingelamento no varessimo podesto,
almanco in quel periodo, ricanbià col pesse».
A contàme sto fato la siora Marcella la se gera comossa, la me veva fato
capì che la sentiva tanta riconossensa nei confrunti de sta brava zente che le
veva giutàe in quel periodo de gran bisogno.
Varissi tante altre robe de contate –la me disi- scarto quele brute e te ne
conto ‘na bela parché la merita, e xe giusto che un doman se la sapia.
Gera el zorno de San Giorgio (23 aprile), mi e altre compaesane, sempre
pessivendole, gerevomo de ritorno a casa, ma savendo che a San Zorzi gera la
festa Patronal e che i ciàmeva senpre dei bravi predicaùri, dute dacordo vemo
messo fora de la cesa sisti e bigòl e semo entràe anca se vèvemo ‘na mondura
(vestiario) cò i tacùni e profumevomo de pesse te pol imaginà… pasiensa!
Doprando la creansa, vemo cercò de metèse in t’un cantoneto vissin a
l’organo, subito se vemo maravejò a vede che il predicaòr gera el nostro pio-
van, don Albino Galletti.
Za che gerevomo drento semo stae fin a Messa finìa, quando che semo vi-
gnùe fora sintìvomo la zente che la comenteva:
“Ma che bravo predicaòr, che bel tinbro de vose, el decanteva le parole come
un poeta, gera un piasser a sentìlo! Ma che bravo, ma che bravo!...”. Naltre a
sintì ste parole gerevomo dute contente, ansi, orgoliose che fussi sto el nostro
Piovan a predicà cussì ben e che le zente la lo veva ‘scoltò volentieri.
Pesse, pessivendole e Elo, prete, pescaòr de omini, pareva che ‘ste parole le
se ciapissi par man.
Ringrassio la siora Marcella de duto quel che la me ga contò, conpresa ‘sta
ultima e bela testimoniansa.
Maria Damonte
Nota: scrito co la parlata veneta maranese
1
Bigòl: arconcello di legno, o bicollo, che veniva usato per poratre i cesti o i secchi d’acqua.
2
Goduli: sassi di varie dimensioni.
3
Caparossoli: tipo di molluschi bianco, nero e grigio, di forma ovale, che si raccoglievano sot-
to fango. Essendo di natura molto delicata a Marano hanno cessato di riprodursi verso gli anni
55-60.
Gera un Sabo Santo e se vigniva a casa co le barche bele pulìe, e se vogheva forte par no perde el Gloria e anca par bagnasse i oci; l'aria la gera profumada de aleghe, piene de oxigeno, pa'l palmo ogni tanto se vedeva le prime sisìle che le riveva stanche, ogni tanto qualche pavègia sbruntàda dal vento l'andeva a riposà sui fiuri; in te'l siél se sintiva l'alegro canto de le lòdole che le ringrassieva el Signor volando senpre più in delto. "Pasqua, vogia o no vogia la vien co la fogia", cussì ne conteva i nostri veci e nantre, prima de mete i pìe par tera, par ringrassià el Signor par tanta salute che 'l ne ga dò in te la prima stagion de l'ano, se andeva pa'i àlziri a ciò i primi fiuri bianchi e faghe un bel masso e portaghelo a la mama, ela lo ganbieva con tanti basi e con vuvi coti de duti i culuri, par 'ndà in te'l indoman in piassa a ziogà co 'na mesa palànca.
A Pasqua le mame le ne conteva la Passión de Cristo e dopo scalsi se andéva par la strada tirando le caéne del fughér par lustrale ma, anca, par ciapasse qualche palanca in più de la paga e fa ben la festa.
Le mame le ne diseva ancora: vìssere de le me vìssere, no ste andà pa'le strade descalsi, che podè ciapà qualche malan e po biniditi fantulini xe ancora fresculìn, e pronto el nono el diseva: "Xe marso, chi no ga scarpe el po andà scalso", e nantre via de corsa tirando la corda con tacàe le caéne. Gera tanto bel anca el Venere Santo. A la sera dopo la predica de la Passión, quando che se conpagneva le prossessión pa'le vie iluminàe, ricordo ancora i bei altarini co la crose bianca e l'agnelìn che 'l ciameva só mare povareto, el gera pien de paura par i rumuri dei raculùni, de le ràcole e dei batitàcoli e lu no 'l podeva mòvese de l'altarìn, parchè el gera ligò e alora i fioi pìculi i vignìva in cusìna con le só mare par tocàlo e caressàlo.
A Pasqua, 'na volta dopo la Messa de le nove se andéva in ostarìa o da la "Binte" o da la "Ridischina" e se magnéva i bisàti friti con vin bianco e pan de quel bón e, cussì, se andéva presto in glòria.
Domenico Tempo, 1980, Marano Lagunare
Era un Sabato Santo e si ritornava a casa con le barche belle pulite, e si remava forte per non perdersi il Gloria ed anche per potersi bagnare gli occhi; l'aria odorava d'alghe, piene d'ossigeno, ogni tanto si vedevano le prime rondini che arrivavano stanche, ogni tanto qualche farfalla sospinta dal vento andava a riposarsi sui fiori; nel cielo si udiva allegro il canto delle allodole che ringraziavano il Signore volando sempre più in alto. "Pasqua, voglia o non voglia arriva con la foglia", così ci raccontavano i nostri vecchi e noi, prima di posare i piedi a terra, per ringraziare il Signore per tutta la salute che ci aveva dato nella prima stagione dell'anno, andavamo lungo gli argini a prendere i primi fiori bianchi per farne un bel mazzo e portarlo alla mamma: lei ricambiava con tanti baci e uova sode dipinte con tanti colori diversi, per andare all'indomani in piazza a giocare con un mezzo soldino.
A Pasqua le mamme ci raccontavano la storia della Passione di Cristo e poi, scalzi, andavamo per le strade trascinando le catene del focolare per pulirle dalla caligine ma, anche, per avere qualche soldino in più di paga per passare bene quei giorni di festa.
Le mamme ci dicevano ancora: creature, non andate per le strade scalzi, che rischiate di farvi male e poi, bambini cari, fuori fa ancora fresco; allora pronto il nonno gli rispondeva: "È marzo, chi non ha scarpe vada scalzo", e noi via di corsa tirando la corda a cui erano attaccate le catene. Era bellissimo anche il Venerdì Santo.
Alla sera dopo la predica sulla Passione, quando si seguiva le processioni lungo le vie illuminate, ricordo ancora i bei altarini con la croce bianca e l'agnellino che chiamava sua madre, poverino; era pieno di paura sentendo il frastuono delle raganelle di legno mentre lui non poteva muoversi dall'altarino, perché legato, e allora i bambini più piccoli venivano in cucina con le loro madri per toccarlo ed accarezzarlo.
A Pasqua, un tempo dopo la Messa delle nove si andava in osteria o dalla "Binte" o dalla "Ridischina" e si mangiavano le anguille fritte con il vino bianco di quello buono e così, ben presto, eravamo tutti allegri.
in http://www.bassafriulana.org/cultura/ass-culturali/ad_undecimum/annuari/annuario05/testipdf/La%20storia%20de%20na%20pessivendola.pdf.
La storia de ‘na pessivendola
Quando le gera ancora in vita go racolto diverse storie da le pessivendole de
‘na volta che volentieri le se conteva parché protagoniste, el ricordo de quìi
tinpi anca se precari le inànemeva. Gera storie de duro lavor, de fadighe dignitose
afrontàe senpre cò un grando corajo e ‘na granda fede, certe de vè vesto
senpre vissìn un sicuro aiuto da parte de Dio e de la Madona de la Salute.
Sta qua la me xe stada contada da la siora Marcella Z. classe 1905, che a 15
ani come tante zovenete dequìi tinpi la gera stada aviada al mistier de vende
pesse, da so mare. «Partiva con altre conpagne e done de ‘na certa età,
-la me spiega- fevomo la strada a pie e col bigòl, cò do sisti in banda, un
par gancio, sisti pìini de pesse cò la zonta de cualchi Kilo de cape o caparosso-
li, merce che comprevomo in pescarìa. Le strade, benedeta fia, no le gera miga
come quele de ‘desso, ma piene de goduli, polvere, buse d’ogni stiata, te pol
imaginà cò quanta fadiga ‘ndevomo ‘vanti pà rivà in t’el paese ‘ndove che ve-
vomo de vende sto pesse. Capiteva a volte che se sintìvomo tanto stanche –la
continua- e alora fevomo ‘na sosta o anca un pisoloto de sora un leto de piu-
me.
“Un leto de piume?” –ghe domando mi, tanto incuriosìa- e ela la me spiega
subito che le se metèva insima a grumi de giara (ghiaia): “sto qua el gera el
nostro leto de piume”- la me stiarissi soridendo.
Dopo vè fato un toco de strada insìeme, te ga de savè che a un certo punto
se dividevomo, ogni una de naltre la ‘ndeva in t’un paese diverso, mi ‘ndevo a
Gonars, ‘ndove che gera ‘ndò par tanti ani me mare, pà rivà vevo de fà 20 Km.
In sto paese i me ciameva “Marcela. Le fie di Dusuline”, son stada anca fortu-
nada parché ne i ani 1920 e anca dopo, schei ne circoleva puchi, ma a Gonars
essendo un paese de artigiani de calsaùre, dato che la zente la lavoreva, schei
anca se puchi ghe ne gera, cussì no go vesto problemi de vendita, chi no veva
schei de pagame in ganbio del pesse i me deva roba de magnà: farina, carna-
me, vuvi de cortìl, o verdure de orto e sto sganbiolo fasevo volentieri, cussì
portevo a casa roba par sfamà la fameia. L’unica merce che fevo fadiga a vende
gera i caparossoli. Sti qua li ciapèva me marìo, xe sucesso che un zorno no
gero riussìa a vindìli e par no portali indrìo son ‘ndada in t’un altro paese e qua
me son trovada cò ‘na me paesana che la gera pessivendola come mi. ‘Vendo
intuìo el motivo da la me presensa la me ga subito dito:
“parché te vien vende pesse qua, no te sa che sto paese el xe mio?”.
“Che siora che te xe – ghe go risposto- se mi fussi parona de un paese, ven-
darissi ‘na casa al zorno e farissi la vita de ‘na gran signora”. Duto se ga ri-
solto ragionando e la facenda la se ga concluso cò ‘na ridada anca de le clienti
che sensa volè le veva scoltò el nostro discorso.
Quando che nel 1928-29 de inverno se ga ingelò duto el palùo (laguna),
tanto che i zùvini i sbrissoleva sul giasso fin a Lignan, la miseria a Maran la
gera deventada ‘tristeria’. Ma te ga de savè –la continua a contame- che certe
persone a Gonars, ‘vendo savesto de sta granda ingiassada no le se ga dismen-
tegò de me mare e de mi e le se ‘veva fato presenti mandandone roba de magnà,
pur savendo che naltre a causa de sto ingelamento no varessimo podesto,
almanco in quel periodo, ricanbià col pesse».
A contàme sto fato la siora Marcella la se gera comossa, la me veva fato
capì che la sentiva tanta riconossensa nei confrunti de sta brava zente che le
veva giutàe in quel periodo de gran bisogno.
Varissi tante altre robe de contate –la me disi- scarto quele brute e te ne
conto ‘na bela parché la merita, e xe giusto che un doman se la sapia.
Gera el zorno de San Giorgio (23 aprile), mi e altre compaesane, sempre
pessivendole, gerevomo de ritorno a casa, ma savendo che a San Zorzi gera la
festa Patronal e che i ciàmeva senpre dei bravi predicaùri, dute dacordo vemo
messo fora de la cesa sisti e bigòl e semo entràe anca se vèvemo ‘na mondura
(vestiario) cò i tacùni e profumevomo de pesse te pol imaginà… pasiensa!
Doprando la creansa, vemo cercò de metèse in t’un cantoneto vissin a
l’organo, subito se vemo maravejò a vede che il predicaòr gera el nostro pio-
van, don Albino Galletti.
Za che gerevomo drento semo stae fin a Messa finìa, quando che semo vi-
gnùe fora sintìvomo la zente che la comenteva:
“Ma che bravo predicaòr, che bel tinbro de vose, el decanteva le parole come
un poeta, gera un piasser a sentìlo! Ma che bravo, ma che bravo!...”. Naltre a
sintì ste parole gerevomo dute contente, ansi, orgoliose che fussi sto el nostro
Piovan a predicà cussì ben e che le zente la lo veva ‘scoltò volentieri.
Pesse, pessivendole e Elo, prete, pescaòr de omini, pareva che ‘ste parole le
se ciapissi par man.
Ringrassio la siora Marcella de duto quel che la me ga contò, conpresa ‘sta
ultima e bela testimoniansa.
Maria Damonte
Nota: scrito co la parlata veneta maranese
1
Bigòl: arconcello di legno, o bicollo, che veniva usato per poratre i cesti o i secchi d’acqua.
2
Goduli: sassi di varie dimensioni.
3
Caparossoli: tipo di molluschi bianco, nero e grigio, di forma ovale, che si raccoglievano sot-
to fango. Essendo di natura molto delicata a Marano hanno cessato di riprodursi verso gli anni
55-60.
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